Ahmet Güneştekin a Venezia, tra memoria e rinascita
Non è facile entrare in un luogo che chiede silenzio. Non perché il silenzio sia raro, ma perché è diventato sospetto. Siamo abituati a pensare che dietro il silenzio ci sia un’assenza, una mancanza, forse persino una rinuncia. E invece, a Palazzo Gradenigo, nel cuore appartato di Venezia, accade il contrario: il silenzio si impone come una presenza, quasi come un corpo.
Ci si arriva senza enfasi, attraversando calli che sembrano sottrarsi alla rappresentazione della città. Poi, improvvisamente, l’edificio appare, restituito da un restauro recente che non cancella il tempo ma lo trattiene. Qui Ahmet Güneştekin ha deciso di stabilire la sede italiana della sua Fondazione, trasformando il palazzo in un luogo non soltanto espositivo, ma operativo: uno spazio destinato a produrre cultura, a favorire scambi internazionali, a costruire una rete tra discipline e geografie. Non una fondazione celebrativa, dunque, ma un organismo attivo, destinato a crescere nei prossimi anni fino al completamento dell’intero edificio, previsto tra il 2026 e il 2027.
La mostra Sessizlik / Silenzio, curata da Sergio Risaliti, coincide con questo inizio. E, come ogni inizio, ha qualcosa di programmatico. Non si limita a presentare opere, ma definisce un campo di tensione: tra interno ed esterno, tra rumore e ascolto, tra storia e memoria. Il titolo stesso, Silenzio, potrebbe apparire come una dichiarazione minimalista, ma si rivela subito ambiguo. Di quale silenzio si tratta?
Per comprenderlo, bisogna risalire alla biografia dell’artista, alla sua origine curda. Il Kurdistan non è uno Stato, ma una condizione. È un territorio diviso, attraversato da confini che non coincidono con l’identità di chi lo abita. È un luogo in cui la lingua, la memoria, persino i racconti possono essere negati. In questo senso, il silenzio non è una scelta, ma una costrizione. È il risultato di una storia che ha imposto l’oblio come forma di controllo.
Güneştekin parte da qui, ma non si limita a denunciare. Fa qualcosa di più semplice e più difficile: trasforma quel silenzio in linguaggio. Le undici sculture in bronzo e i dipinti che occupano i primi due piani di Palazzo Gradenigo non raccontano una storia lineare. Non illustrano. Piuttosto, alludono. Le figure umane – operai, visitatori, presenze indistinte – sembrano sospese in un tempo che non è né passato né presente. Molti di questi operai sono ispirati a coloro che hanno lavorato al restauro del palazzo. Ma qui non lavorano più. Sono fermi, stanchi, assorti. È come se fossero stati sottratti alla funzione per essere restituiti a una condizione più essenziale.
Una giovane donna accoglie il visitatore all’ingresso. Poco oltre, l’artista stesso si rappresenta in piedi, con il dito sulle labbra. Il gesto è noto: è quello di Arpocrate, il dio del silenzio. Ma qui non ha nulla di mitologico. È un gesto concreto, quasi didattico. Chiede attenzione. Non tanto alle opere, quanto a ciò che le opere contengono e che normalmente sfugge: la memoria, la fatica, la perdita.
Questo tema ritorna nei dipinti, dove la superficie pittorica viene lavorata fino a produrre una vibrazione continua. Il colore non è mai compatto, ma attraversato da incisioni, da sottrazioni. Al centro, spesso, compaiono porte antiche, recuperate nei villaggi anatolici. Sono oggetti reali, segnati dal tempo, che qui assumono un valore simbolico evidente: la porta come passaggio, come confine, come possibilità di accesso a un altrove.
Ma ciò che colpisce non è tanto il simbolo, quanto il modo in cui viene utilizzato. Güneştekin non costruisce un sistema chiuso. Non impone una lettura. Le sue immagini restano aperte, disponibili. In questo senso, il silenzio di cui parla non è soltanto quello imposto dalla storia, ma anche quello necessario alla comprensione. Un silenzio attivo, potremmo dire, che permette alle cose di emergere senza essere immediatamente consumate.
La Fondazione Güneştekin, in questo contesto, appare come la naturale estensione di questa poetica. Non un luogo di conservazione, ma di attivazione. Il progetto prevede un calendario di mostre, incontri e programmi interdisciplinari che coinvolgeranno artisti, studiosi e istituzioni internazionali. Palazzo Gradenigo, una volta completato, diventerà un centro capace di mettere in relazione esperienze diverse, superando le divisioni geografiche e culturali.
In fondo, è lo stesso movimento che attraversa l’opera di Güneştekin: partire da una condizione specifica – quella curda, con le sue vicissitudini storiche e politiche – per arrivare a una riflessione più ampia, che riguarda tutti. Il silenzio, allora, non è più soltanto il segno di una mancanza. Diventa uno spazio condiviso, in cui è ancora possibile ascoltare.
E forse è proprio questo che Venezia, con la sua natura fragile e stratificata, rende evidente: che la memoria non è mai qualcosa di statico, ma un processo continuo. E che, per comprenderlo, bisogna accettare di fermarsi, almeno per un momento, e fare silenzio.



