I reperti emersi dal cantiere dell’Insula Meridionalis documentano la frequentazione dell’area della città antica tra XV e XVI secolo
Pompei e il Rinascimento sembrerebbero appartenere a due orizzonti storici inconciliabili. Da una parte la città romana arrestata dall’eruzione del 79 d.C.; dall’altra un’età che precede di oltre due secoli l’avvio degli scavi borbonici e che, secondo una lettura ormai radicata, avrebbe conosciuto soltanto un territorio rurale sotto il quale l’antica Pompei giaceva dimenticata. I dati archeologici emersi recentemente dall’Insula Meridionalis suggeriscono invece una realtà più complessa: materiali e reperti ceramici databili tra XV e XVI secolo attestano la frequentazione dell’area in età rinascimentale e contribuiscono a ricostruire una continuità insediativa e, soprattutto, una memoria del luogo che non sembra essersi mai completamente interrotta.
La tradizionale periodizzazione della storia pompeiana tende infatti a produrre una cesura troppo netta: la città romana termina nel 79 d.C. e Pompei ricompare, quasi improvvisamente, nel 1748, quando le esplorazioni promosse dalla monarchia borbonica danno inizio alla moderna vicenda archeologica del sito. Tra questi due estremi rimangono quasi diciassette secoli spesso restituiti come un lungo intervallo di oblio.
L’archeologia sta progressivamente modificando questo quadro. Dopo l’eruzione il territorio non divenne uno spazio vuoto. Mutarono radicalmente le forme dell’insediamento e dell’uso del suolo, ma comunità rurali continuarono a frequentare l’area, a coltivarla, a percorrerla e, in alcuni casi, a entrare in rapporto con le strutture sepolte o ancora parzialmente emergenti. È in questa prospettiva che acquista particolare rilievo quella che potremmo definire la “Pompei dopo Pompei”: non più soltanto la storia della catastrofe e della riscoperta settecentesca, ma l’archeologia della lunga durata di un territorio sopravvissuto alla propria città.
«Il docu-drama Pompei Fuori dal tempo con Tom Hiddleston e lo studio dell’archeologo Steven Tuck – spiega il direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – mostrano come il tema dei sopravvissuti stia finalmente diventando oggetto di ricerche e di iniziative di divulgazione. Pompei, dopo l’eruzione, si presentò come un paesaggio post-apocalittico, eppure troviamo tracce di persone che tornavano qui e una frequentazione che si estende nel tempo: ma sono tracce labili di vite precarie, all’ombra della storia ufficiale, e per questo hanno rischiato spesso di essere dimenticate o cancellate».
Proprio la natura apparentemente marginale di queste testimonianze ne determina oggi il valore documentario. Una ceramica tarda, un livello di frequentazione, una sistemazione agricola o una traccia di passaggio possono restituire informazioni che la monumentalità della città romana tende inevitabilmente a mettere in secondo piano. In termini stratigrafici, Pompei non termina dunque con il deposito eruttivo del 79 d.C.: sopra e attraverso quel deposito si sviluppano ulteriori fasi di vita, più discontinue e meno monumentali, ma archeologicamente leggibili.
I recenti rinvenimenti provengono dalle attività di scavo, restauro e messa in sicurezza della cosiddetta Insula Meridionalis, il settore che occupa il margine meridionale dell’antico abitato, in posizione dominante sulla pianura sottostante. La presenza di materiali riferibili al XV e XVI secolo costituisce un indicatore concreto della frequentazione dell’area in piena età rinascimentale. Non siamo quindi di fronte alla prova di una “riscoperta” archeologica di Pompei anticipata rispetto al Settecento, quanto piuttosto alla testimonianza di un rapporto persistente tra le comunità locali e un paesaggio nel quale la presenza della città antica continuava, in forme diverse, a essere percepita.
È significativo, in questo senso, anche il permanere del toponimo Civita. Il nome conserva in sé il riferimento alla civitas e costituisce una forma di memoria territoriale: prima che l’archeologia riconducesse sistematicamente quelle rovine alla Pompei delle fonti antiche, la tradizione locale continuava a identificare quell’altura come il luogo di una città. La memoria, dunque, non sopravviveva necessariamente attraverso gli strumenti della cultura antiquaria o della storiografia, ma attraverso il paesaggio, la toponomastica e le pratiche quotidiane delle comunità che lo abitavano.
In questo quadro si inserisce, su un piano differente, anche la vicenda della “Deposizione di Cristo” attribuita ad Andrea Mantegna, recentemente riscoperta nel Santuario della Beata Vergine di Pompei. L’opera, di notevole qualità e a lungo considerata dispersa, risulta documentata fino agli anni Venti del Cinquecento nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli. Con ogni probabilità giunse a Pompei soltanto negli ultimi decenni dell’Ottocento, nel contesto della fondazione e dello sviluppo del Santuario mariano. Identificata alcuni anni fa nel Palazzo della Prelatura, dopo un accurato intervento condotto nei laboratori dei Musei Vaticani è esposta dal novembre 2025 nella nuova Pinacoteca del Santuario.
Il rapporto tra il dipinto e i materiali rinascimentali dell’Insula Meridionalis non è, naturalmente, di natura archeologica o cronologica diretta. Le due vicende rimangono storicamente indipendenti. Il loro accostamento consente tuttavia di osservare Pompei secondo una prospettiva meno lineare: non esclusivamente città romana sepolta e poi dissepolta, ma luogo sul quale epoche differenti hanno continuato a depositare presenze, memorie e significati.

«Senza togliere nulla a ricercatori come Gioachino Alcubierre, arrivato dalla Spagna e promotore dei primi scavi archeologici a Pompei nel 1748 – aggiunge Zuchtriegel – bisogna prendere atto che qui esisteva una comunità locale che sin dall’indomani dell’eruzione ha continuato a vivere a Pompei e a custodirne la memoria. Questo emerge non solo dalle scoperte archeologiche, ma anche dal toponimo “Civita”, che attesta la memoria di una città sepolta a livello locale. Naturalmente i contadini e pastori che vivevano tra le rovine antiche non avevano i mezzi per trasmettere la loro conoscenza dell’antico in modo scientifico, ma questo non significa che fosse una conoscenza inesistente».
È forse questo l’aspetto più interessante dei nuovi rinvenimenti. Essi non spostano semplicemente all’indietro la data della “riscoperta” di Pompei, perché porre la questione in questi termini significherebbe continuare ad applicare al passato categorie proprie dell’archeologia moderna. Documentano qualcosa di più sottile: la persistenza di un rapporto con il sito.
La Pompei rinascimentale che emerge dalle stratigrafie non è la città spettacolare delle domus affrescate né quella sistematicamente indagata dagli scavatori settecenteschi. È una presenza molto più discreta, fatta di ceramiche, percorsi, coltivazioni e uomini che abitavano un paesaggio costruito sopra una città della quale continuavano, in qualche misura, a conoscere l’esistenza. Il 1748 rimane l’inizio della storia degli scavi sistematici; non necessariamente l’inizio della memoria di Pompei.
Ed è proprio la stratigrafia, ancora una volta, a imporre una correzione alla narrazione storica: una città può scomparire come organismo urbano senza cessare di esistere come luogo.




