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L’Olla di Cerere non era sola. A Villa Giulia l’archeologia riscrive la storia di un’iscrizione falisca

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Un’indagine interdisciplinare rivela che i frammenti attribuiti a un unico vaso appartengono ad almeno due recipienti distinti. Al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, una mostra riapre il dibattito sulle origini della scrittura nell’Italia preromana.

L’archeologia conosce un genere particolare di errore: quello che, ripetuto abbastanza a lungo, finisce per assumere l’autorità di una certezza. Non sempre occorre una nuova scoperta per correggerlo. Talvolta basta tornare a osservare ciò che si possiede, sottraendolo alle interpretazioni consolidate. È quanto accade all’Olla di Cerere, uno dei più importanti documenti della scrittura falisca, al centro della mostra L’Olla di Cerere e le altre. Voci, forme, complessità, ospitata dal 6 novembre 2026 al 28 febbraio 2027 al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma. Il risultato delle nuove indagini modifica un presupposto fondamentale: i frammenti attribuiti per decenni a un unico recipiente appartengono in realtà ad almeno due olle differenti, realizzate con caratteristiche analoghe. Un terzo vaso potrebbe complicare ulteriormente la ricostruzione.

La questione supera l’identificazione materiale dei reperti. Un’iscrizione antica non esiste indipendentemente dall’oggetto che la conserva. La disposizione delle lettere, la successione delle parole, la superficie disponibile e la relazione fra i frammenti concorrono a determinare la possibilità stessa di leggere un testo. Modificare la ricomposizione di un vaso significa dunque riconsiderare anche la struttura del documento epigrafico che vi era inciso. Nel caso dell’Olla di Cerere, ciò che appariva come una testimonianza unitaria deve essere nuovamente esaminato alla luce di una diversa realtà archeologica.

Il nome deriva dalla parola Ceres, posta all’inizio dell’iscrizione e riferita alla divinità della fertilità e dell’agricoltura. Sarebbe tuttavia riduttivo considerare il recipiente una semplice testimonianza di devozione religiosa. La sua importanza risiede soprattutto nella lingua che custodisce: il falisco, appartenente al gruppo latino-falisco delle lingue italiche, parlato nell’antico territorio di Falerii, nell’odierna area di Civita Castellana. Una civiltà geograficamente prossima agli Etruschi, con i quali intrattenne rapporti culturali profondi, ma dotata di una propria identità linguistica. Una distinzione tutt’altro che secondaria, soprattutto quando la denominazione del museo rischia di far dimenticare la pluralità dei popoli che abitarono l’Italia prima dell’affermazione romana.

Tra VII e VI secolo a.C., durante la fase orientalizzante e il successivo sviluppo delle culture arcaiche, la scrittura assume nell’Italia centrale funzioni che non possono essere ricondotte esclusivamente alla registrazione di nomi o alla proprietà degli oggetti. Le iscrizioni più elaborate testimoniano una consapevolezza delle possibilità espressive del linguaggio scritto. Il vaso diventa supporto di una comunicazione destinata a sopravvivere al gesto che l’ha prodotta, e la parola incisa acquista una permanenza che la voce, per sua natura, non possiede.

L’Olla di Cerere appartiene a questo orizzonte. La sua iscrizione, eccezionale per lunghezza e complessità, ha impegnato generazioni di studiosi. Le lacune, le particolarità linguistiche e le difficoltà di interpretazione hanno favorito letture differenti, senza consentire una restituzione universalmente condivisa. Alcuni elementi lessicali sono riconoscibili, mentre il significato complessivo rimane discusso. Il nome della dea costituisce un riferimento importante, ma non autorizza a trasformare l’intero testo in una preghiera o in una formula rituale definitivamente ricostruita. La prudenza filologica, in questo caso, non impoverisce la conoscenza: ne definisce i limiti.

Il progetto di revisione, avviato nel 2023 e promosso dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha affrontato il problema attraverso il confronto fra archeologia, linguistica, analisi dei materiali e tecnologie digitali. La realizzazione di modelli virtuali ha permesso di manipolare e confrontare i frammenti senza sottoporre gli originali a ulteriori interventi fisici. Le compatibilità morfologiche, le caratteristiche delle superfici e la ricostruzione delle forme hanno così condotto a distinguere due recipienti precedentemente considerati parti di un unico manufatto.

È un passaggio metodologico di notevole interesse. La tecnologia non ha sostituito l’interpretazione archeologica, ma ha offerto strumenti per verificarne i presupposti. Il modello tridimensionale non produce automaticamente una verità: rende possibili confronti che devono comunque essere valutati attraverso la conoscenza dei materiali, delle tecniche produttive e dei contesti storici. L’innovazione consiste nella possibilità di sottoporre a controllo ipotesi che, per ragioni materiali, erano rimaste difficilmente verificabili.

Accanto alle olle, l’esposizione presenta altri vasi iscritti provenienti da Falerii, ampliando l’indagine alla produzione epigrafica dell’area falisca. Il confronto restituisce un panorama meno isolato di quanto potrebbe suggerire la notorietà del reperto principale. Non una testimonianza eccezionale sospesa nel vuoto, ma un insieme di pratiche scrittorie che documentano la circolazione di formule, convenzioni grafiche e competenze linguistiche. La presenza di testi articolati su supporti ceramici invita inoltre a interrogarsi sui destinatari di queste iscrizioni, sulla loro funzione e sulle condizioni sociali che ne rendevano possibile la produzione.

Particolarmente significativo è anche il contributo delle ricerche archeologiche più recenti. Nell’ambito degli studi su Falerii-Vignale sono emerse nuove iscrizioni databili all’VIII secolo a.C., destinate a essere presentate al pubblico in sede museale in occasione dell’iniziativa. La loro antichità amplia ulteriormente il quadro delle prime attestazioni scritte nell’Italia centrale e rende necessario considerare la cultura falisca entro una cronologia più estesa e articolata.

La mostra dedica spazio anche al procedimento scientifico attraverso due tavoli interattivi, concepiti per illustrare i metodi di indagine, le lingue dell’Italia antica e le analisi archeometriche. È una scelta museografica interessante perché sposta almeno in parte l’attenzione dall’oggetto concluso al processo attraverso il quale esso viene conosciuto. Il visitatore non è chiamato soltanto ad ammirare un reperto, ma a comprendere perché una determinata ricostruzione possa essere accettata, discussa oppure abbandonata.

La ricerca coinvolge, oltre a Ca’ Foscari, Sapienza Università di Roma, Università di Bologna, CINECA e Politecnico di Milano, con la partecipazione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e di altre istituzioni impegnate nella tutela e nello studio del patrimonio. La collaborazione fra competenze diverse restituisce all’epigrafia una dimensione che troppo spesso viene percepita come esclusivamente linguistica. Prima di essere una sequenza di parole, un’iscrizione è infatti un fatto materiale: qualcuno ha scelto un oggetto, una superficie, uno strumento e una disposizione dei segni.

Resta infine un problema di natura propriamente storica. Per lungo tempo l’Olla di Cerere è stata studiata come un documento la cui unità materiale sembrava acquisita. La nuova ricostruzione dimostra quanto anche le categorie apparentemente più elementari, come l’identificazione di un singolo manufatto, possano dipendere dalla storia degli studi. Separare ciò che era stato unito non significa soltanto correggere un inventario: significa modificare le condizioni attraverso le quali il passato diventa leggibile.

Le lettere incise sulle olle falische hanno attraversato circa ventisei secoli. Le loro superfici conservano ancora interrogativi ai quali non è possibile rispondere interamente. Ma il fatto più interessante è che oggi, dopo tanto tempo, non siamo più certi nemmeno che quelle parole appartenessero tutte allo stesso oggetto. L’archeologia, prima di interpretare ciò che gli antichi hanno scritto, deve talvolta ricominciare da una domanda ancora più elementare: su che cosa lo hanno scritto?

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Scritto da
Davide Oliviero

Laureato in discipline umanistiche presso l'Università di Bologna sotto la guida del Professor Umberto Eco, ha avviato la sua carriera nell'archeologia classica, concentrandosi sulla drammaturgia greco-romana. Il suo interesse per il design lo ha spinto a seguire un corso triennale in design d’interni, continuando nel contempo a lavorare nel campo archeologico. Col tempo, ha sviluppato una passione per la scrittura e la musica classica, che lo ha portato a recensire opere liriche per 14 anni in teatri prestigiosi come il Teatro alla Scala, il Covent Garden e l’Opéra di Parigi. Ha inoltre curato contenuti culturali e musicali per diverse pubblicazioni. Negli ultimi anni ha scritto per la rubrica In Arte, trattando di mostre, teatro e arti letterarie a Roma, collaborando con istituzioni come le Scuderie del Quirinale e i Musei Vaticani. Ha recensito spettacoli teatrali, con particolare attenzione al musical e alla prosa, ed è accreditato presso i principali teatri italiani. La sua competenza lo ha reso un ospite frequente in programmi televisivi culturali, oltre a ricoprire il ruolo di giudice permanente per il Premio Letterario Andrea Camilleri. Attraverso i social media, promuove l’arte e la bellezza, fondendo abilmente leggerezza e profondità, rendendo questi temi accessibili a un vasto pubblico.

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