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Villa Celimontana e la città ritrovata: uno scavo che riscrive il Celio imperiale

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«La terra non ci restituisce il passato: ci restituisce soltanto le tracce sufficienti per ricostruire una storia.»
Andrea Carandini, Storie dalla terra. Manuale di scavo archeologico.

Non è la scoperta di un edificio a rendere importante ciò che è emerso sotto Villa Celimontana. A Roma gli edifici riaffiorano da oltre due secoli con una frequenza tale da aver trasformato l’eccezione in consuetudine. Ciò che davvero merita attenzione è il modo in cui questa scoperta modifica la geografia storica del Celio, costringendo gli archeologi a riconsiderare rapporti spaziali che sembravano ormai consolidati. È questo il privilegio dell’archeologia urbana: non aggiunge semplicemente monumenti all’elenco di quelli già noti, ma corregge continuamente il disegno della città antica.

La storia è iniziata con un intervento apparentemente ordinario. Il consolidamento del muraglione che sostiene il pianoro della cinquecentesca Villa Mattei, finanziato nell’ambito del PNRR e affidato alla Soprintendenza Speciale di Roma, aveva un obiettivo conservativo. Solo durante l’apertura delle indagini si è compreso che quel poderoso sistema di sostruzioni era costituito da due muri affiancati e che, immediatamente a monte, si conservavano le strutture di un edificio romano rimasto protetto per quasi quindici secoli dalle trasformazioni successive.

La scoperta restituisce otto ambienti, cinque integralmente indagati e tre solo parzialmente esplorati. L’edificio venne costruito nel II secolo d.C. in opera laterizia e conobbe una sostanziale riorganizzazione nel secolo successivo, quando nuovi muri in opera listata ridisegnarono la distribuzione interna. Non si osserva quindi una costruzione immobile, ma un organismo architettonico capace di adattarsi alle mutate esigenze dei suoi occupanti. È un dato apparentemente tecnico, ma fondamentale. L’archeologia delle architetture insegna infatti che gli edifici non possiedono una sola biografia: ne attraversano molte, ciascuna leggibile nelle cuciture delle murature, nelle soglie chiuse, negli ambienti ridefiniti e nelle trasformazioni funzionali.

Il cuore del complesso coincide con un grande ambiente rettangolare pavimentato da un mosaico geometrico. Al centro della composizione emerge un raffinato emblema marino nel quale un delfino, un pesce, un’aragosta e un granchio circondano un cratere. La scena non va interpretata come un semplice repertorio decorativo. Il mare, nella cultura figurativa romana, richiama abbondanza e prosperità, mentre il cratere costituisce uno degli oggetti simbolicamente più forti della convivialità mediterranea, legato alla preparazione del vino durante il banchetto. Ancora più significativa è però la piccola finestra aperta casualmente nel mosaico stesso: una lacuna ha infatti permesso di osservare la sopravvivenza di una pavimentazione precedente, probabilmente di età antonina, decorata da eleganti tralci vegetali neri su fondo bianco. Due pavimenti, appartenenti a due momenti diversi, convivono oggi nella stessa superficie, raccontando una trasformazione estetica che nessuna fonte scritta avrebbe potuto documentare.

Non meno preziosa è la documentazione offerta dai crolli. Sul pavimento musivo giacevano vaste porzioni del soffitto affrescato, decorate da grandi cerchi rossi e azzurri delimitati da cornici in stucco bianco a dentelli. Per chi osserva quei frammenti potrebbe sembrare soltanto un accumulo di macerie. Per l’archeologo rappresentano invece una situazione quasi ideale. Il crollo conserva infatti l’ultima immagine dell’ambiente nel momento del suo collasso, mantenendo spesso relazioni spaziali che consentono di ricostruire la posizione originaria delle decorazioni. L’archeologia non studia soltanto ciò che è stato costruito; studia anche il modo in cui gli edifici sono caduti.

Il grande vano centrale è affiancato da sette ambienti minori, distribuiti lateralmente e verso l’interno del complesso. Lo scavo dimostra chiaramente che quanto oggi visibile costituisce soltanto una parte dell’edificio originario. La prosecuzione delle strutture sotto Villa Mattei è infatti evidente, ma la presenza dei cipressi monumentali e le limitazioni economiche dell’intervento hanno impedito di ampliare l’area di indagine. Anche questa è una lezione metodologica. Ogni pianta archeologica è, in fondo, una sezione provvisoria della conoscenza; nessuno scavo restituisce mai l’intero edificio, ma soltanto ciò che è stato possibile indagare.

Le evidenze stratigrafiche mostrano inoltre la lunga vita del sito. L’edificio fu abbandonato tra V e VI secolo, successivamente intercettato e in parte distrutto durante la costruzione della loggia seicentesca di Villa Mattei e infine sepolto da riporti di terra accumulatisi soprattutto fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In questi livelli sono stati recuperati frammenti di intonaci dipinti, resti murari e numerose lastrine di marmo bianco e policromo pertinenti a rivestimenti in opus sectile. L’insieme restituisce l’immagine di un complesso riccamente decorato, nel quale pavimenti, pareti e soffitti partecipavano a un unico progetto ornamentale.

È però sul piano topografico che la scoperta assume il suo valore più profondo. La qualità dei mosaici e degli affreschi autorizza a immaginare una residenza aristocratica, perfettamente coerente con il carattere monumentale del Celio imperiale. Tuttavia la posizione dell’edificio apre una seconda possibilità interpretativa, forse ancora più interessante. Il complesso potrebbe appartenere alla stazione della V Coorte dei Vigiles, il corpo istituito per il controllo degli incendi e dell’ordine pubblico notturno.

L’ipotesi non nasce da una suggestione, ma da una convergenza di dati. Nella stessa area erano già stati rinvenuti ambienti modulari interpretabili come alloggi dei vigili; nel 1820 erano emerse due basi onorarie con l’elenco dei membri della coorte; inoltre il motivo del cratere raffigurato nel mosaico trova confronti diretti nella caserma dei Vigiles di Ostia, dove compare in ambienti destinati alla socialità dei militari. Considerati singolarmente, questi elementi non sarebbero sufficienti. Considerati insieme, costruiscono un quadro che merita di essere verificato.

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Se tale interpretazione fosse confermata, cambierebbe sensibilmente la ricostruzione della caserma. Una coorte dei Vigiles comprendeva infatti fra cinquecento e mille uomini, richiedendo spazi molto più estesi di quelli finora attribuiti al complesso. Il pianoro di Villa Celimontana, delimitato dalle sostruzioni della collina, servito dagli accessi antichi di via della Navicella e del Clivo di Scauro e alimentato dal vicino acquedotto Celimontano con la sua grande cisterna, offrirebbe una collocazione perfettamente coerente con le esigenze operative del corpo.

È proprio qui che emerge il valore più autentico della scoperta. L’archeologia non procede per certezze immediate, ma per ipotesi progressivamente sottoposte a verifica. Ogni muro viene interrogato, ogni rapporto stratigrafico controllato, ogni frammento confrontato con altri contesti. La prudenza non rallenta la ricerca: ne costituisce il metodo. Per questo motivo gli archeologi della Soprintendenza hanno giustamente evitato conclusioni affrettate, rinviando alle future analisi dei materiali e delle strutture la definizione della funzione dell’edificio.

Roma continua così a insegnare la sua lezione più antica. Non conserva soltanto monumenti; conserva domande. Ogni scavo risolve un problema e contemporaneamente ne apre altri, ampliando il territorio dell’ignoto invece di restringerlo. Sotto il verde silenzioso di Villa Celimontana non è riemersa soltanto una costruzione del II secolo. È riaffiorata una parte della città che obbliga a ridisegnare la carta del Celio, ricordando che il sottosuolo romano non è un deposito di rovine, ma un archivio ancora vivo, nel quale ogni nuova scoperta modifica il racconto complessivo della capitale dell’antichità.

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Scritto da
Davide Oliviero -

Laureato in discipline umanistiche presso l'Università di Bologna sotto la guida del Professor Umberto Eco, ha avviato la sua carriera nell'archeologia classica, concentrandosi sulla drammaturgia greco-romana. Il suo interesse per il design lo ha spinto a seguire un corso triennale in design d’interni, continuando nel contempo a lavorare nel campo archeologico. Col tempo, ha sviluppato una passione per la scrittura e la musica classica, che lo ha portato a recensire opere liriche per 14 anni in teatri prestigiosi come il Teatro alla Scala, il Covent Garden e l’Opéra di Parigi. Ha inoltre curato contenuti culturali e musicali per diverse pubblicazioni. Negli ultimi anni ha scritto per la rubrica In Arte, trattando di mostre, teatro e arti letterarie a Roma, collaborando con istituzioni come le Scuderie del Quirinale e i Musei Vaticani. Ha recensito spettacoli teatrali, con particolare attenzione al musical e alla prosa, ed è accreditato presso i principali teatri italiani. La sua competenza lo ha reso un ospite frequente in programmi televisivi culturali, oltre a ricoprire il ruolo di giudice permanente per il Premio Letterario Andrea Camilleri. Attraverso i social media, promuove l’arte e la bellezza, fondendo abilmente leggerezza e profondità, rendendo questi temi accessibili a un vasto pubblico.

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