Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology agli Scavi di Pompei
Il buon gusto, si sa, è una categoria piuttosto sopravvalutata. È una convenzione borghese, come il servizio buono della nonna o il salotto in cui nessuno si siede mai. La storia dell’arte, invece, è sempre stata una faccenda infinitamente più sfacciata. Gli antichi Romani dipingevano Priapo con proporzioni anatomiche che farebbero impallidire qualsiasi algoritmo censorio; Bernini trasformava il marmo in carne palpitante; Warhol elevava la lattina di zuppa a reliquia contemporanea. Per quale ragione, allora, un gigantesco astice rosso non dovrebbe passeggiare tra le pietre di Pompei?
È questa la domanda, più che la risposta, che rende Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology una delle operazioni artistiche più intelligenti dell’estate. Non tanto perché introduca il linguaggio della Pop Art in uno dei luoghi simbolo dell’archeologia mondiale, quanto perché obbliga il visitatore a riconoscere una verità spesso dimenticata: ogni epoca considera “sacro” soltanto ciò che ha smesso di scandalizzarla.
Philip Colbert, artista scozzese da tempo adottato dal panorama internazionale, costruisce ormai da anni il proprio universo attorno all’alter ego del Lobster, l’astice rosso che è insieme autoritratto, mascotte, personaggio mitologico e dispositivo critico. La mostra, curata da Cesare Biasini Selvaggi e organizzata da il Cigno Arte, dissemina oltre trenta sculture monumentali non soltanto negli Scavi di Pompei, ma anche negli altri siti della Grande Pompei – da Oplontis a Boscoreale, da Longola a Stabia – trasformando il territorio in un’unica grande scenografia diffusa.
La prima reazione è inevitabilmente quella dello stupore. L’astice compare come un’apparizione improbabile tra colonne spezzate, cortili silenziosi e muri che conservano ancora il respiro dell’eruzione del 79 d.C. La sua presenza è quasi offensiva. Ed è proprio questo il punto.
L’arte contemporanea, quando funziona davvero, non cerca il consenso ma l’attrito.
Pompei è forse il luogo meno musealizzato del mondo. Nonostante milioni di visitatori, continua a essere una città, non una collezione. Vi si percepisce ancora il rumore dell’acqua nelle fontane, l’odore immaginario del pane nei forni, la fretta degli abitanti sorpresi dalla cenere. Inserire in questo organismo vivo un personaggio uscito dalla cultura pop equivale a immettere un corpo estraneo in un sistema perfettamente equilibrato.
Ma Colbert evita accuratamente il rischio della semplice provocazione.
Il suo astice non invade Pompei; vi si insinua come un curioso archeologo del futuro. È una creatura che osserva il passato senza alcun complesso di inferiorità. Non tenta di imitare l’antico né di dissacrarlo. Piuttosto lo attraversa, lo cita, lo campiona, proprio come un DJ manipola frammenti musicali appartenenti a secoli differenti.
La critica internazionale ha spesso definito Colbert l’erede di Andy Warhol. L’etichetta è utile ai giornalisti, molto meno agli storici dell’arte. Warhol parlava dell’immagine industriale; Colbert parla dell’immagine archeologica. Il suo lavoro non consiste nella riproduzione seriale degli oggetti del consumo, bensì nella trasformazione della memoria culturale in linguaggio popolare. È una differenza sostanziale.
Dietro la superficie brillante dei colori, dietro la leggerezza quasi fumettistica delle forme, si cela una conoscenza sorprendentemente profonda della tradizione figurativa occidentale. Ogni opera sembra dialogare con mosaici, affreschi, miti, divinità e allegorie, ma senza mai assumere il tono professorale della citazione erudita.
È il trionfo dell’iconografia come gioco. Ed è proprio il gioco a costituire l’aspetto forse più sottovalutato dell’intera esposizione.
Da almeno due secoli il museo europeo si è convinto che il sapere debba essere accompagnato dalla seriosità. Camminiamo tra i capolavori abbassando la voce, come se il silenzio fosse una categoria estetica. Colbert ribalta completamente questa convenzione. Il sorriso diventa uno strumento conoscitivo.
Ci si accorge allora che molti visitatori – soprattutto i più giovani – osservano con attenzione opere che probabilmente avrebbero ignorato se fossero state presentate con il consueto apparato retorico della divulgazione culturale. È un risultato tutt’altro che banale. Naturalmente esiste un rischio.
Quando il linguaggio pop entra in un sito archeologico di questa importanza, il confine tra valorizzazione e spettacolarizzazione diventa sottilissimo. Alcune installazioni sfiorano volutamente il gigantismo scenografico e talvolta la monumentalità dell’astice tende a competere con quella delle architetture romane. Ma è una tensione consapevole, quasi necessaria. Se le opere fossero rimaste timide, sarebbero state semplicemente divorate dalla grandezza di Pompei.
In questo senso la curatela di Cesare Biasini Selvaggi dimostra un equilibrio notevole. Le opere non cercano mai di trasformare il sito in un luna park artistico. Al contrario, sfruttano la straordinaria capacità narrativa degli spazi archeologici per costruire continui slittamenti temporali. Il visitatore passa dal I secolo all’epoca digitale senza quasi accorgersene, come se duemila anni fossero soltanto una variazione cromatica.
Particolarmente significativa appare la scelta di estendere il progetto agli altri luoghi della Grande Pompei. Una delle sculture raggiunge il sito protostorico di Longola, recentemente colpito da un incendio doloso, assumendo un valore simbolico di rinascita per il territorio e trasformando l’arte pubblica in gesto civile oltre che estetico.
È un dettaglio che modifica profondamente il senso dell’intera operazione.
La mostra smette di essere soltanto un evento espositivo e diventa una riflessione sul rapporto fra patrimonio, comunità e contemporaneità.
Anche dal punto di vista formale Colbert dimostra una maturità crescente. La brillantezza cromatica, che in passato rischiava talvolta di trasformarsi in semplice effetto decorativo, qui acquista una funzione quasi archeologica. Il rosso dell’astice dialoga con il rosso pompeiano; il nero delle grandi superfici metalliche richiama la memoria del carbone vulcanico; perfino le superfici lucide sembrano assorbire la luce mediterranea fino a trasformarla in materia narrativa.
Non è soltanto Pop Art. È una riflessione sulla sopravvivenza delle immagini. E forse è proprio questa la lezione più interessante che Pop Mythology consegna al pubblico.
Pompei è l’immenso archivio della fragilità umana. Tutto ciò che vi osserviamo è sopravvissuto perché una catastrofe lo ha cristallizzato. Colbert introduce un personaggio che appartiene invece all’universo dell’immagine contemporanea, velocissima, replicabile all’infinito, apparentemente priva di memoria.
Le due temporalità si incontrano. L’eternità dell’archeologia dialoga con l’istantaneità del digitale.
In fondo, gli antichi avrebbero probabilmente sorriso davanti a questi giganteschi astici colorati. Erano molto meno austeri di quanto immaginiamo. Avevano senso dell’umorismo, amavano il teatro, il paradosso, il travestimento. La nostra idea di classicità è spesso il prodotto del Neoclassicismo ottocentesco più che dell’antica Roma.
Forse Colbert non sta profanando Pompei.
Forse sta semplicemente restituendole quella leggerezza che il tempo, la cenere e la nostra eccessiva venerazione avevano finito per sottrarle. È in questa intuizione che risiede il successo dell’intero progetto: ricordarci che il passato non sopravvive chiudendosi in una teca, ma accettando il rischio di continuare a dialogare con il presente.





