Che cosa resta davvero di una persona quando non c’è più? E dove finiscono i legami che hanno attraversato la nostra vita? Sono alcune delle domande che attraversano “L’amore non resiste”, il nuovo singolo di SOL, disponibile dal 12 giugno scorso. Un brano che parte da una riflessione intima per allargare lo sguardo verso qualcosa di più grande: il tempo, la memoria, la trasformazione della materia e quel filo invisibile che continua a unire le persone anche quando sembrano lontane.
Tra immagini oniriche, paesaggi sonori sospesi e suggestioni che guardano tanto al cinema quanto alla musica elettronica, l’artista costruisce una canzone che invita ad abbandonare le certezze e ad accogliere il cambiamento come parte naturale dell’esistenza.
Ne abbiamo parlato con lei in questa intervista, partendo proprio dal significato di quel titolo apparentemente provocatorio che dà il nome al brano.
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1. “L’amore non resiste” è un titolo che incuriosisce fin dal primo ascolto. Cosa significa per te questa affermazione e quale riflessione volevi condividere attraverso il brano?
È una frase che sembra un errore, un ossimoro — l’amore per antonomasia è ciò che dura, che resiste. Quella negazione sfida il DNA semantico della parola. Ma l’errore si scioglie nel corso della canzone fino al suo vero significato: l’amore non resiste in una forma stabile, ed è proprio per questo che è più permeabile di ogni altra cosa. Si trasforma, come la materia di cui siamo fatti. Dal mistero individuale al mistero cosmico, l’amore attraversa DNA, generazioni, materia. Non volevo condividere una tesi — non ho niente da insegnare. Volevo solo dare forma a qualcosa su cui mi stavo interrogando in quel momento.
2. Dopo “Baudelaire”, questo è il secondo capitolo di CINEMA CLUBB. Cosa lega i due brani e cosa scopriamo di nuovo del progetto attraverso questa canzone?
Come in “Baudelaire”, c’è una contraddizione che si descrive, si spiega ma in fondo non si risolve, se non accettandola, giocando con se stessi e i propri tormenti. Io uso le parole come immagini — sono evocative prima che esplicative. Qui di nuovo, se così vogliamo chiamarlo, c’è un linguaggio più onirico rispetto a “Baudelaire”. E insieme al linguaggio penso lo sia anche la produzione, onirica e sensoriale allo stesso tempo. M’immagino ogni canzone come un piccolo film con la sua colonna sonora. Ad esempio ho usato gli archi come fosse un cambio di scena, un’emozione che ti arriva d’improvviso, come le cascate di cui senti il rumore arrivare da lontano — finché non la vedi comparire in mezzo alla natura, antiche e potenti e sono lì, anche se tu sei in mezzo al traffico di Milano.
3. Racconti che l’ispirazione è nata anche dal desiderio di ritrovare tuo padre attraverso il mondo dei sogni. Quanto questa esperienza personale ha influenzato la scrittura del pezzo?
Mi stavo chiedendo dove poter incontrare mio padre. Il sogno mi sembrava il posto più adatto e mi sono messa ad osservare il mio mondo onirico. Un esperimento personale era ascoltare musica a bassissimo volume durante tutto il giorno e tutta la notte — mi svegliavo la mattina con la sensazione di aver lottato o vissuto qualche avventura. La vita durante il sonno non va sottovalutata: incontriamo persone che non ci sono più, andiamo in posti che non conosciamo, diventiamo qualcun altro eppure ci riconosciamo. E il tempo non è lineare. Forse il sogno non è l’opposto della realtà — è un altro strato. Sì, dunque è nata così.

(Photo Credit: Letizia Toscano)
4. Nel testo ritorna più volte il verso “In ogni granello di sabbia ci sono io”. Come è nata questa immagine e quale significato racchiude?
Intendo che ci siamo tutti. La nostra materia si trasforma — nelle mie “ossa” ci sono i miei antenati, le esperienze condivise con altre persone, mio padre. Esistiamo perché scambiamo aria con tutto l’ecosistema, siamo davvero parte di un tutto. Questo pensiero aiuta molto ad accettare di sopravvivere a qualcuno che ami profondamente: se la materia non sparisce mai, chi hai perso è ancora qui, in una forma diversa. Piccole particelle di noi vivranno per sempre… in ogni granello di sabbia. La dissoluzione è una cosa abbastanza spaventosa, ma se invece fosse solo dispersione potremmo trovare una forma di permanenza quasi cosmica.
5. “L’amore non resiste” mescola elettronica, atmosfere ambient e archi. Come hai costruito il paesaggio sonoro del brano insieme a Reizon?
Il brano si apre con note inafferrabili, che stanno per aria — volevo dare un senso di instabilità coerente con il concetto del titolo, la vulnerabilità con cui l’amore ci coglie. E ho ascoltato decine di volte, di notte appunto, mentre dormivo, “Moonchild – Including The Dream and The Illusion” dei King Crimson, soprattutto la parte di dieci minuti di improvvisazione. Volevo entrare in contatto, quasi magico, con quella sensazione. Questa scelta va avanti praticamente per tutto il brano, mentre il suono cresce, diventa potente, direi anche un po’ pesante. Immagina di essere un astronauta che galleggia nel cosmo. Quanto può essere leggera quella sensazione di assenza di gravità e allo stesso tempo pesante e schiacciante la consapevolezza di essere in quel vuoto infinito?
6. Hai scelto di pubblicare anche una versione strumentale della canzone. Cosa può raccontare questa composizione quando vengono meno le parole?
La musica lavora già di per sé anche su un piano non verbale — come il sogno e mi ripeto. Immagini non lineari, emozioni senza causa apparente. Senza le parole resta quel linguaggio puro, e ognuno può attraversarlo con le proprie immagini. È un po’ come lasciare la porta aperta al mondo onirico di chi ascolta, non solo al mio.
7. Il tema della trasformazione attraversa tutto il brano. Pensi che oggi si faccia ancora fatica ad accettare che anche l’amore possa cambiare forma senza per questo scomparire?
Credo di sì, perché cerchiamo forme stabili in tutto — ci rassicurano. Ma non esiste una forma stabile dell’amore: ognuno conosce il proprio disordine… nei secoli dei secoli. La prima strofa parla dell’amore che ti coglie impreparato, ti scandaglia, ti mette a nudo. Una luce puntata in faccia per quel desiderio assurdo di voler rovistare, scomodare l’ombra, vedere tutto dell’altra persona. La seconda si riferisce a quel tipo di amore che puoi provare per qualcosa che fai, una passione ossessiva che dà forma alla tua identità. Sei disposto ad annegare ma continui a inseguire quella “balena”. La terza parla dell’amore fisico. Noi usiamo la stessa parola per parlare di sentimenti diversi, ma evidentemente hanno la stessa radice.
8. Il tuo percorso artistico passa dalla scrittura per altri artisti al clubbing, fino alle sincronizzazioni per cinema e pubblicità. Quanto tutte queste esperienze convivono oggi nel progetto SOL?
Convivono completamente in modo naturale, proprio grazie alle esperienze che ho fatto, alcune direttamente e altre indirettamente.

(Photo Credit: Letizia Toscano)
9. CINEMA CLUBB nasce dall’incontro tra immaginario cinematografico e cultura club. C’è un film o un regista che ha influenzato particolarmente l’estetica di questo nuovo singolo?
Fellini — ma non per un riferimento estetico diretto, è stato uno spunto di riflessione. Leggevo dei suoi sogni ad occhi aperti: “Verso i sei, sette anni ero convinto che ci fossero due vite, una con gli occhi aperti e l’altra con gli occhi chiusi”. È esattamente quello che sento anche io. Mi succede ogni volta che chiudo gli occhi: anche di giorno, anche solo per caso, vedo immagini e storie. Le idee arrivano come intuizioni, da chissà dove. I sogni e il sonno mi danno tantissime risposte. Mi fido molto di quello che mi arriva da quello spazio. Scrivo non per l’urgenza di farmi comprendere in modo dritto e chiaro. Annoto immagini. Nella scrittura alcune cose arrivano in modo quasi istantaneo. Per tutto il resto invece studio, ricerco, in una forma quasi caotica — ma so che arriva sempre un momento in cui tutto mi è chiaro e a fuoco. Ed è lì che unisco i punti e trovo la strada. Per me creare è veramente la parte più divertente. Anche nei miei DJ set, la parte che mi diverte di più è la ricerca della musica. Quel momento è caotico: se mi vedi da fuori, non riesci a seguirmi. Ma io so dove sto andando e dove arriverò.
10. Se dovessi invitare chi ci legge ad ascoltare “L’amore non resiste” con una sola frase, quale sarebbe?
Le cose ci sopravvivono. Ma anche: “Qual è lo scopo dell’anima?”. La parte che più amo di questa canzone è lo special. Costruiamo cose che ci sopravvivranno. E ne distruggiamo altrettante. Forse è così che si porta avanti la vita. Boh.
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili
