Tra pupi siciliani, simboli ossessivi e una scena incapace di accettare il vuoto rossiniano, il Tancredi di Emma Dante divide per la sua sovrabbondanza visiva: mentre la regia trasforma il dramma in rito antropologico, sono la direzione malinconica di Michele Mariotti e le interpretazioni sospese di Carlo Vistoli e Martina Russomanno a restituire all’opera la sua autentica dimensione tragica e interiore.
Nel teatro di Emma Dante non esistono mai superfici neutre. Ogni corpo è segno, ogni gesto diventa rito, ogni immagine pretende di caricarsi di memoria antropologica e simbolica. Anche il suo Tancredi, presentato al Teatro dell’Opera di Roma, nasce da questa ossessione visiva: un mondo popolato da pupi siciliani, figure sospese, cortei funebri e movimenti incessanti che trasformano Rossini in una sorta di tragedia mediterranea immersa nella polvere e nel mito. Eppure, proprio dentro questa straordinaria capacità di costruire immagini riconoscibili, emerge il limite più evidente dello spettacolo.
Perché Tancredi è forse una delle opere meno “fisiche” di Rossini. Il dramma non vive nell’azione ma nell’attesa; non nel conflitto esterno ma nel malinteso interiore. Tutto è sospensione, esitazione, parola trattenuta. Emma Dante sembra invece non fidarsi mai di quel vuoto. Lo riempie continuamente di presenze, di simboli, di movimento. La scena non respira quasi mai. Ogni pausa musicale viene accompagnata da una coreografia visiva che finisce col sovrapporsi alla tensione segreta dell’opera.
L’idea dei pupi siciliani possiede inizialmente una forza autentica. Quei corpi-manovrati diventano metafora di personaggi incapaci di governare il proprio destino, trascinati da forze più grandi di loro. Ma il dispositivo scenico, reiterato senza tregua, perde progressivamente potenza. L’impressione è che la regia abbia bisogno di spiegare continuamente Rossini attraverso l’immagine, quasi temendo l’immobilità del melodramma serio. Eppure è proprio in quell’immobilità che Tancredi trova la sua natura più tragica.
Visivamente lo spettacolo resta spesso affascinante. I fondali dipinti di Carmine Maringola evocano un Sud arcaico e visionario, sospeso fra teatro popolare e pittura devozionale. Le luci scolpiscono corpi e marionette come apparizioni notturne. Alcuni quadri possiedono persino una bellezza funerea di grande efficacia. Ma la continua proliferazione simbolica finisce col trasformare l’emozione in sistema estetico. Ciò che all’inizio inquieta, alla lunga si ripete.
Paradossalmente, la dimensione più radicale della serata arriva dalla musica. Michele Mariotti dirige Rossini evitando qualunque monumentalità. La sua concertazione è nervosa, malinconica, attentissima ai chiaroscuri orchestrali e ai respiri del fraseggio. Non cerca il semplice splendore belcantistico ma lascia emergere continuamente un senso di inquietudine sotterranea, quasi preromantica. È nella buca che l’opera continua davvero a vivere, liberandosi talvolta dalla pesantezza della macchina scenica.
La scelta di affidare Tancredi al controtenore Carlo Vistoli si rivela una delle intuizioni più intelligenti dell’intera produzione. Il suo protagonista non possiede nulla dell’eroe tradizionale: è una figura fragile, astratta, quasi spettrale. Vistoli canta con una linea morbida e sorvegliata, evitando ogni enfasi guerriera. Il timbro chiaro e sospeso restituisce al personaggio una malinconia profondissima, trasformandolo più in un fantasma emotivo che in un cavaliere rossiniano. Nei momenti più intimi emerge una qualità elegiaca rarissima, come se il personaggio fosse già consumato dal proprio destino ancora prima della catastrofe finale.
Accanto a lui, Martina Russomanno affronta Amenaide con sorprendente maturità. La voce è luminosa, agile, capace di muoversi nella scrittura rossiniana con naturalezza e controllo tecnico. Ma ciò che colpisce maggiormente è la qualità emotiva dell’interpretazione. Russomanno evita qualsiasi sentimentalismo decorativo e costruisce un personaggio vulnerabile, quasi schiacciato dal mondo simbolico che la regia le impone attorno. Nei pochi momenti in cui la scena rallenta, la cantante riesce finalmente a creare autentica tensione drammatica attraverso il semplice controllo del respiro e della parola.
Antonino Siragusa conferma una solidità stilistica ormai rara, mentre Luca Tittoto offre a Orbazzano un’autorità vocale scura e compatta. Ma è evidente che l’asse emotivo dello spettacolo si concentri soprattutto nella relazione fra Vistoli, Russomanno e la direzione di Mariotti: lì il dramma ritrova finalmente umanità, fragilità, silenzio.
Il problema del Tancredi di Emma Dante non è dunque l’eccesso di personalità registica. Al contrario: oggi il teatro musicale soffre spesso di un anonimato estetico ben più grave. Il punto è che alcune opere chiedono sottrazione, non accumulo. Tancredi appartiene a questa categoria. È un’opera costruita sull’assenza, sul ritardo emotivo, sul vuoto lasciato dalle parole non dette. Quando la scena interviene continuamente a riempire quello spazio, il rischio è che la musica perda la possibilità di respirare nel proprio silenzio.
Alla fine resta la sensazione di uno spettacolo visivamente potente ma incapace di fidarsi davvero della malinconia rossiniana. Emma Dante osserva Tancredi attraverso il filtro del proprio immaginario, piegandolo coerentemente al suo universo teatrale. Ma Rossini, ostinatamente, continua a sottrarsi. E forse il vero dramma di questa produzione nasce proprio lì: nello scontro fra un’opera che vive di sospensione e una regia che sembra avere paura del vuoto.
Photo Copyright: FABRIZIO SANSONI



