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Sanremo, o dell’Italia che canta

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Settantacinque anni di melodie, polemiche e metamorfosi culturali: il Festival come specchio della nazione

Quando nel gennaio del 1951, nel salone delle feste del Casinò di Sanremo, tre cantanti si alternarono davanti a un pubblico seduto ai tavoli, nessuno poteva immaginare che quell’esperimento destinato a ravvivare la stagione turistica invernale sarebbe diventato il più potente rito laico della Repubblica italiana. Il Festival della Canzone Italiana nasce così: non come spettacolo televisivo, non come competizione pop, ma come evento mondano, quasi borghese, figlio di un’Italia che usciva dalle macerie della guerra e cercava un lessico sentimentale comune.

Nilla Pizzi vinse quella prima edizione con Grazie dei fiori. La canzone italiana, allora, era ancora debitrice della romanza, del melodramma, della vocalità impostata. La Rai trasmetteva via radio, la televisione sarebbe arrivata solo nel 1954. Eppure, già in quegli anni, Sanremo cominciava a costruire un’identità: una liturgia fatta di orchestra in platea, direttori in frac, presentatori eleganti e un pubblico che ascoltava in silenzio, come a teatro.

Negli anni Cinquanta il Festival diventa un fenomeno nazionale. L’Italia del boom economico si riconosce in melodie che raccontano amori semplici, nostalgie provinciali, sogni di ascesa. È l’epoca di Domenico Modugno e di Nel blu dipinto di blu (1958), che non solo vince Sanremo ma conquista il mondo, arrivando fino ai Grammy Awards. Con Modugno la canzone italiana cambia postura: si apre al gesto, all’enfasi teatrale, a un’energia che rompe la compostezza precedente. Sanremo smette di essere solo salotto e diventa palcoscenico.

Gli anni Sessanta sono il decennio della trasformazione e della frattura. Mentre il mondo scopre il rock, i Beatles, la cultura giovanile, il Festival resta ancorato a un modello tradizionale, con le canzoni presentate in doppia esecuzione da artisti diversi, spesso uno italiano e uno straniero. Ma nel 1967 accade qualcosa che segna per sempre la storia della manifestazione: Luigi Tenco si suicida dopo l’eliminazione della sua Ciao amore, ciao. È un trauma culturale. Sanremo, improvvisamente, non è più solo intrattenimento: diventa luogo di scontro tra industria e autenticità, tra mercato e poetica.

Negli anni Settanta il Festival attraversa una crisi d’identità. La televisione cambia, la società si politicizza, nascono i cantautori e la musica impegnata. Sanremo appare, a tratti, anacronistico. Le vendite discografiche non dipendono più esclusivamente dalla kermesse ligure, e il pubblico giovanile guarda altrove. Eppure, proprio in questa fase di apparente declino, il Festival si trasforma lentamente in un grande spettacolo televisivo. La regia diventa più dinamica, l’evento si adatta ai linguaggi del piccolo schermo, cerca nuove formule.

La rinascita arriva negli anni Ottanta, con l’era di Pippo Baudo. È lui a comprendere che Sanremo deve essere prima di tutto un racconto nazionale in diretta. Introduce i giovani, rilancia carriere, costruisce momenti memorabili. Nel 1984 trionfa Eros Ramazzotti tra le Nuove Proposte; nel 1987 vincono i Pooh; nel 1990 Toto Cutugno porta l’Italia alla vittoria dell’Eurovision Song Contest con Insieme: 1992, brano che intercetta lo spirito europeista del tempo. Sanremo torna centrale, torna a fare ascolti record, diventa evento mediatico totale.

Gli anni Novanta sono il decennio della spettacolarizzazione. Il Festival si apre alla contaminazione, invita ospiti internazionali, alterna momenti di alta cultura e puro intrattenimento. È l’epoca delle polemiche, dei cachet milionari, delle vallette straniere, ma anche delle grandi interpretazioni: Andrea Bocelli, Giorgia, Elisa. La musica italiana cambia pelle, si confronta con il pop globale, e Sanremo cerca di rimanere al passo.

Con il nuovo millennio il Festival affronta la sfida della frammentazione mediatica. Internet, i talent show, le piattaforme digitali modificano il modo di ascoltare musica. Per qualche anno Sanremo appare in difficoltà, oscillando tra tradizione e tentativi di modernizzazione. Ma è proprio nella capacità di reinventarsi che trova la sua forza.

La svolta più evidente arriva negli anni Duemiladieci, quando il Festival si riappropria del suo ruolo di laboratorio culturale. L’edizione del 2011, anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, segna un ritorno alla dimensione identitaria. Poi, con la direzione artistica di Claudio Baglioni e soprattutto con quella di Amadeus (2020–2024), Sanremo diventa specchio di una società plurale, attraversata da nuove sensibilità. Sul palco salgono artisti provenienti dalla scena indie, dal rap, dalla trap. Vincono i Måneskin nel 2021, che porteranno l’Italia a trionfare all’Eurovision, rilanciando l’immagine del Paese in chiave rock e contemporanea.

Il Festival, in questa fase, non è più soltanto competizione canora: è piattaforma culturale. Si parla di diritti civili, di identità di genere, di inclusione. I monologhi diventano parte integrante della narrazione. I social network amplificano ogni gesto, ogni abito, ogni parola. Sanremo non dura più cinque sere: comincia settimane prima e si prolunga per mesi nei flussi digitali.

Eppure, al di là delle trasformazioni tecnologiche e stilistiche, il cuore del Festival resta immutato: la canzone come forma narrativa collettiva. Ogni edizione produce una colonna sonora che accompagna l’anno, che si insinua nelle radio, nelle case, nelle automobili. La melodia sanremese, anche quando si traveste da urban o da rock alternativo, conserva una vocazione comunicativa diretta, popolare, immediata.

Sanremo è stato spesso criticato: accusato di conservatorismo, di eccessiva commercialità, di essere termometro più che motore della cultura. Eppure, la sua longevità dimostra una capacità unica di metabolizzare le tensioni del tempo. Ha attraversato la Guerra Fredda, il terrorismo, il riflusso degli anni Ottanta, Tangentopoli, l’era berlusconiana, la pandemia. Durante il lockdown del 2020–2021, l’edizione senza pubblico in sala è diventata simbolo di resilienza spettacolare: un teatro vuoto ma un Paese collegato.

Il Festival di Sanremo è, in definitiva, un archivio vivente dell’Italia repubblicana. Nei suoi vincitori e nei suoi esclusi, nelle standing ovation e nei fischi, si legge l’evoluzione del gusto, del linguaggio, persino della politica. È un luogo dove la tradizione melodica convive con l’innovazione, dove la memoria incontra il presente.

Forse il segreto della sua sopravvivenza sta proprio in questa ambivalenza: essere insieme rito e spettacolo, museo e laboratorio, nostalgia e anticipazione. Ogni febbraio, per una settimana, l’Italia si specchia in quel palco dell’Ariston come in uno specchio deformante ma veritiero. Si riconosce, si critica, si emoziona.

Sanremo non è soltanto un festival musicale. È un dispositivo culturale che da oltre settant’anni racconta, attraverso le canzoni, le trasformazioni di un Paese. E finché l’Italia avrà bisogno di cantarsi – nei momenti di leggerezza come in quelli di crisi – quel palcoscenico continuerà a illuminarsi, rinnovando un rito che è ormai parte integrante della nostra storia civile.

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Scritto da
Davide Oliviero -

Laureato in discipline umanistiche presso l'Università di Bologna sotto la guida del Professor Umberto Eco, ha avviato la sua carriera nell'archeologia classica, concentrandosi sulla drammaturgia greco-romana. Il suo interesse per il design lo ha spinto a seguire un corso triennale in design d’interni, continuando nel contempo a lavorare nel campo archeologico. Col tempo, ha sviluppato una passione per la scrittura e la musica classica, che lo ha portato a recensire opere liriche per 14 anni in teatri prestigiosi come il Teatro alla Scala, il Covent Garden e l’Opéra di Parigi. Ha inoltre curato contenuti culturali e musicali per diverse pubblicazioni. Negli ultimi anni ha scritto per la rubrica In Arte, trattando di mostre, teatro e arti letterarie a Roma, collaborando con istituzioni come le Scuderie del Quirinale e i Musei Vaticani. Ha recensito spettacoli teatrali, con particolare attenzione al musical e alla prosa, ed è accreditato presso i principali teatri italiani. La sua competenza lo ha reso un ospite frequente in programmi televisivi culturali, oltre a ricoprire il ruolo di giudice permanente per il Premio Letterario Andrea Camilleri. Attraverso i social media, promuove l’arte e la bellezza, fondendo abilmente leggerezza e profondità, rendendo questi temi accessibili a un vasto pubblico.

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