Sulla soglia del MANN, tra mito e costruzione contemporanea, Napoli interroga la propria Sirena per restituirle forma, funzione e memoria oltre la retorica
A Napoli, città in cui il mito non sopravvive come residuo ma come sostanza attiva, ogni operazione che pretenda di rimettere in circolo una figura fondativa espone inevitabilmente il fianco a un duplice rischio: da un lato quello della banalizzazione folklorica, dall’altro quello, più sottile, della sovrastruttura retorica. È in questo equilibrio instabile che si colloca la cosiddetta “operazione Parthenope”, avviata al Museo Archeologico Nazionale, e che andrebbe letta non tanto come evento espositivo quanto come tentativo — ambizioso e, per certi versi, problematico — di restituzione critica di un’immagine che l’uso reiterato ha progressivamente consumato.
L’inizio, non casuale, avviene nell’atrio del museo: uno spazio che, per sua natura, non appartiene ancora pienamente al dominio dell’antico ma ne costituisce la soglia, il filtro, la prima traduzione. Qui Francisco Bosoletti ha dato avvio alla realizzazione di una grande tela — circa quarantacinque metri quadrati — destinata a configurarsi come una Parthenope contemporanea. Il processo, dichiarato partecipato, si svolge sotto gli occhi del pubblico, secondo una modalità che oggi si tende a considerare inclusiva, ma che meriterebbe forse una valutazione più attenta: non tanto per ciò che concede allo spettatore, quanto per il modo in cui ne orienta la percezione.
Bosoletti non rappresenta semplicemente la Sirena: ne costruisce, piuttosto, una possibilità iconografica, a partire da quell’episodio — il tuffo suicida — che la tradizione ha assunto come gesto originario della città. Ma proprio qui si apre una questione non secondaria: fino a che punto un’immagine contemporanea può farsi carico di un mito senza ridurlo a emblema? E in che misura la dimensione spettacolare del “fare in pubblico” incide sulla profondità del risultato?
L’intervento, del resto, non è concepito come episodio isolato, ma come prologo a una più ampia operazione espositiva, la mostra Parthenope. La Sirena e la città, prevista dal 3 aprile al 6 luglio 2026. Oltre duecentocinquanta opere, dall’VIII secolo a.C. all’età contemporanea, compongono un percorso che, nelle intenzioni, dovrebbe restituire la continuità e le trasformazioni di una figura che ha attraversato i secoli modificando costantemente la propria forma e il proprio significato.
Ora, è proprio su questo punto che la mostra si gioca la propria credibilità. Perché accumulare materiali — per quanto prestigiosi, provenienti da musei italiani, europei e americani — non garantisce di per sé una lettura coerente. Al contrario, il rischio è quello di una dispersione enciclopedica, in cui la quantità finisce per offuscare la qualità del discorso.
Il nodo centrale, infatti, non è la presenza della Sirena nell’immaginario napoletano — dato ormai acquisito — ma la sua progressiva trasformazione, che è insieme iconografica e funzionale. Le Sirene arcaiche, come è noto, sono esseri alati, con corpo d’uccello e testa di donna: figure liminari, legate non al mare ma al canto, e dunque alla seduzione conoscitiva. Solo in epoca successiva, attraverso un processo lento e non privo di ambiguità, queste creature si avvicinano alla forma che oggi consideriamo “naturale”, quella della donna-pesce. Ma questa evoluzione, troppo spesso raccontata come un semplice adattamento figurativo, riflette in realtà un mutamento profondo del loro ruolo simbolico.
Da entità pericolose, legate all’inganno e alla morte — come nell’episodio omerico di Odisseo — le Sirene diventano progressivamente figure protettive, génies des passes, accompagnatrici nei passaggi cruciali dell’esistenza. È in questo slittamento che si comprende il loro radicamento a Napoli: non come semplice emblema cittadino, ma come dispositivo simbolico capace di assorbire e rielaborare tensioni culturali, religiose e politiche.
La mostra, a quanto si annuncia, tenta di restituire questa complessità attraverso un apparato che combina materiali archeologici, opere d’arte, documenti e strumenti multimediali. Particolarmente significativa, in questo senso, è l’attenzione riservata al sito di Partenope sul promontorio di Pizzofalcone, di cui vengono presentati reperti in parte inediti, provenienti sia da collezioni private sia dai recenti scavi legati alla realizzazione della metropolitana. Si tratta di elementi che consentono non solo di retrodatare la fondazione dell’insediamento all’VIII secolo a.C., ma anche di inserirlo in una rete di scambi commerciali e culturali di ampia portata.
Accanto a questa dimensione più strettamente archeologica, il percorso si estende alla Neapolis di età storica, indagando la funzione rituale e politica della Sirena, e seguendo la sua persistenza fino alla contemporaneità: nelle arti visive, nella musica, nell’audiovisivo, fino a quelle forme di cultura materiale — dai giocattoli ai prodotti di consumo — che costituiscono, nel bene e nel male, il vero deposito dell’immaginario collettivo.
Resta tuttavia una domanda di fondo, che nessun allestimento può eludere: se la Sirena è diventata patrimonio comune, non è forse proprio questa diffusione a renderla opaca? E se il compito di una mostra è anche quello di restituire nitidezza a ciò che si è fatto indistinto, allora il suo successo non dipenderà dalla spettacolarità dei mezzi, ma dalla precisione del metodo.
In definitiva, l’“operazione Parthenope” si presenta come un tentativo serio — e per questo esposto a critiche — di riaprire una questione che si credeva risolta. Che ci riesca o meno, lo dirà non tanto il numero dei visitatori, quanto la capacità di restituire alla Sirena quella densità semantica che, da troppo tempo, la consuetudine ha ridotto a semplice immagine.



