Dopo dodici anni lontano dal palco, Cristian Calabrese torna a teatro con uno spettacolo che rifiuta ogni etichetta rassicurante. “E loro lo sanno” non è comicità, non è intrattenimento, non è conforto: è un’esposizione diretta, cruda, quasi scomoda, che mette lo spettatore davanti a una domanda più che a una risposta.
Debuttato lo scorso 27 febbraio a Brescia e già in tour nei teatri italiani , il nuovo lavoro segna una svolta radicale nel percorso dell’artista: un ritorno che nasce da un’urgenza personale e si trasforma in un rito collettivo, dove rabbia, paranoia e osservazione sociale si intrecciano in un linguaggio senza filtri.
In questa intervista, Calabrese si racconta senza mediazioni, affrontando temi come l’“utopia obbligatoria”, il controllo sociale, il ruolo dei social e il bisogno sempre più raro di verità. Il risultato è una conversazione intensa, che riflette perfettamente lo spirito dello spettacolo: disturbare, più che convincere.
Dopo dodici anni lontano dal palco, cosa ti ha spinto davvero a tornare proprio adesso con “E loro lo sanno”?
Dopo dodici anni è di fatto un bisogno. “E loro lo sanno” non è uno spettacolo: è un conto in sospeso con me stesso. Adesso era il momento giusto perché adesso fa più male. E quando fa male, è vero.
Definisci questo spettacolo “non comico”: quanto ti senti ancora legato al tuo passato da comico e quanto invece lo stai rifiutando oggi?
“Non comico” di fatto, vuol dire tutto e niente, la comicità non nasce per far ridere, nasce per non piangere. La risata è un effetto collaterale. Io racconto ciò che osservo e il più delle volte sono situazioni drammatiche. Il comico non dovrebbe partire da: “Cosa fa ridere il pubblico”. La risata è come il pianto, serve per scaricare la tensione. Il comico non dovrebbe fare il buffone e in TV questo avviene troppo spesso. Questo non vuol dire che rinnego il passato. Vuol dire che non mi basta più far ridere. La comicità di Zelig non è mai stata un’arma, ma un limite. Se rido, rido per sopravvivere.
Parli di “utopia obbligatoria”: quando è che la ricerca della felicità diventa, secondo te, una forma di controllo?
L’utopia diventa controllo quando smette di essere una scelta e diventa un obbligo. Quando devi essere felice. Quando devi stare bene. Quando se non stai bene sei sbagliato. È lì che ti prendono. Ti vendono la felicità come un prodotto e tu diventi il prodotto.
Il tuo è uno spettacolo vietato ai minori e dichiaratamente lontano dal politicamente corretto: oggi provocare è ancora un atto artistico o è diventato necessario per essere ascoltati?
Oggi provocare non è più una scelta artistica, è una conseguenza. Se dici la verità, provochi. Il politicamente corretto è una gabbia elegante: non ti vieta di parlare, ti insegna cosa non dire. E io non ho mai imparato bene le regole.
Dici di non voler piacere né compiacere: quanto è difficile portare in teatro un linguaggio così radicale senza filtri?
È difficilissimo. Perché il teatro è ancora uno dei pochi posti dove ti guardano davvero. Non puoi nasconderti dietro uno schermo, un filtro, un montaggio. Se porti un linguaggio radicale, o arriva o muore lì. E se muore, muori un po’ anche tu. Mi sono preso questo rischio.
Parli di “consumatori dipendenti dalle emozioni”: i social hanno amplificato questo meccanismo o lo hanno semplicemente reso più visibile?
I social non hanno creato niente. Hanno solo accelerato tutto. Prima eri dipendente dalle emozioni in silenzio, adesso lo sei in pubblico. Devi sentire qualcosa, sempre. Subito. Forte. E se non lo senti, scrolli.
Il tuo pubblico lo chiami “Folliwer”: che tipo di relazione hai costruito con loro e cosa cambia quando li guardi negli occhi a teatro?
I “Folliwer” non sono pubblico, sono complici. Sono quelli che hanno deciso di non capire tutto, ma di restare. Online è un’illusione di relazione. A teatro li guardo negli occhi e lì non puoi mentire. Né io né loro.
Lo spettacolo nasce anche da rabbia e paranoia: quanto c’è di personale e quanto invece di osservazione della società?
È tutto personale. E allo stesso tempo non lo è per niente. La rabbia è mia, la paranoia è condivisa. Io la metto in scena, ma è nell’aria. Basta respirare per sentirla.
Dopo le esperienze nel cinema internazionale, anche accanto a Kevin Spacey, cosa ti dà il teatro che il cinema non riesce a darti?
Ci tengo a dire che ho fatto piccoli ruoli. Non li ho cercati, mi hanno chiamato. Io non amo recitare al cinema. A me piace stare dietro la macchina da presa. Ho scritto e diretto dei corti indipendenti dei quali vado fiero. Nei quali recitano gli studenti della mia scuola la Master Film Academy. Tornando a me, credo che il cinema ti immortali. Il teatro invece ti consuma. E io preferisco consumarmi. Il cinema è controllo, il teatro è rischio. E io ho bisogno di rischiare, altrimenti mi annoio. E quando mi annoio divento pericoloso.
Definisci il teatro come un “luogo sacro”: oggi, in un mondo iper-digitale, può ancora essere uno spazio di verità?
Sì, può esserlo. Proprio perché tutto è digitale. Più il mondo diventa finto, più il teatro diventa necessario. È uno degli ultimi posti dove puoi ancora sbagliare davanti a qualcuno. E lo sbaglio è verità.
Nel tuo racconto parli di una nuova forma di “schiavitù moderna”: qual è, secondo te, il segnale più evidente che qualcosa non sta funzionando nella società di oggi?
Il segnale più evidente? Che non sappiamo più stare fermi. Sempre connessi, sempre distratti, sempre altrove. Se non riesci a stare da solo cinque minuti senza cercare qualcosa, qualcuno, uno schermo…sei già dentro.
Se il pubblico dovesse uscire dallo spettacolo con una sola domanda in testa, quale vorresti che fosse?Non voglio che escano con una risposta. Voglio che escano con un dubbio che li disturba. Uno solo, semplice: “E se il problema fossi io?”
Le prossime date dello spettacolo di Cristian Calabrese“E loro lo sanno” . Per info biglietti: TICKETONE:
12 aprile @ Cinema Teatro Astra – SAN GIOVANNI LUPATOTO (VR)
23 aprile @ Teatro Monterosa – TORINO
24 aprile @ Teatro Degli Eroi – ROMA
