Il presente come progetto, la cultura come trasformazione
Non è un titolo, ma una dichiarazione di responsabilità. “Questo adesso” — espressione che dà nome al dossier con cui Ancona ha conquistato il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2028 — affonda le sue radici nella parola del poeta anconetano Francesco Scarabicchi, e da quella matrice lirica trae un significato che va ben oltre la suggestione evocativa. Non si tratta di un semplice richiamo letterario, ma di una postura: abitare il presente nella sua densità, senza rifugiarsi nella nostalgia né proiettarsi in un futuro astratto, ma assumere l’oggi come campo di azione e di trasformazione.
È proprio questa tensione, insieme poetica e politica, a costituire il nucleo più autentico del progetto. Ancona non si propone come città da esibire, ma come organismo da attivare. La cultura, in questo senso, non è pensata come ornamento o come successione di eventi, ma come infrastruttura capace di incidere sul tessuto urbano, sulle relazioni sociali, sulle forme stesse della convivenza. Il presente, dunque, non è un tempo da raccontare, ma da costruire.
La scelta di evocare Scarabicchi non è casuale. Il poeta, profondamente legato alla sua città, ha sempre concepito il paesaggio — naturale e umano — come luogo di stratificazione, come spazio in cui il tempo non si cancella ma si deposita. “Questo adesso” è, allora, il punto in cui queste stratificazioni si incontrano, si rendono visibili, diventano materia viva. Ancona assume questa lezione e la traduce in un progetto culturale che tiene insieme memoria e trasformazione, evitando sia la retorica celebrativa sia l’astrazione programmatica.
In questa prospettiva, il mare diventa elemento centrale, non solo per ragioni geografiche ma come figura simbolica. Ancona, città di porto, è storicamente luogo di passaggio, di attraversamento, di contaminazione. Il progetto valorizza questa identità non come dato acquisito, ma come risorsa attiva: il mare è spazio di relazione, dispositivo culturale, apertura verso un orizzonte che supera i confini nazionali. Non uno sfondo, ma un agente.
Il disegno si articola lungo direttrici che si intrecciano senza rigidità, dando forma a un sistema fluido e interconnesso. Il fronte marittimo e il porto vengono ripensati come spazi culturali, capaci di ospitare pratiche artistiche e sociali, mentre luoghi simbolici come la Mole Vanvitelliana assumono una funzione di cerniera tra passato e contemporaneità, tra architettura storica e produzione culturale.
Parallelamente, la città viene riletta come una trama continua, in cui il patrimonio non è più frammentato in singole emergenze, ma organizzato in un racconto unitario. Musei, monumenti, spazi pubblici entrano in relazione, costruendo un percorso che restituisce alla città una leggibilità nuova, più complessa e insieme più accessibile. Non si tratta di aggiungere contenuti, ma di riorganizzare il senso.
A questo si affianca una riflessione sul rapporto tra natura e cultura, che trova nella conformazione stessa di Ancona un terreno privilegiato. Il Parco del Cardeto, il Conero, le aree verdi diventano parte integrante dell’esperienza culturale, non come semplici luoghi di fruizione ma come spazi di produzione, in cui arte, paesaggio e memoria si intrecciano. La città si presenta così come un organismo in cui urbano e naturale non si oppongono, ma si compenetrano.
Ma è soprattutto nella centralità attribuita alla contemporaneità e alle nuove generazioni che il progetto rivela la sua ambizione più significativa. I giovani non sono considerati destinatari di un’offerta, ma soggetti attivi, coinvolti nei processi creativi e decisionali. La cultura diventa così pratica condivisa, esperienza collettiva, costruzione partecipata.
Questa impostazione si traduce in un programma articolato, composto da una pluralità di progetti che non si limitano a occupare spazi, ma li trasformano, attivando dinamiche di rigenerazione urbana e sociale. L’intervento culturale non è episodico, ma sistemico: coinvolge istituzioni, università, artisti, operatori, costruendo una rete capace di sostenere e sviluppare nel tempo le iniziative avviate.
Ciò che emerge con chiarezza è la volontà di superare una concezione settoriale della cultura per assumerla come dimensione trasversale, capace di incidere su diversi ambiti della vita cittadina. Non più comparto separato, ma motore di trasformazione, strumento di lettura e di intervento sulla realtà.
Naturalmente, una visione di tale ampiezza comporta inevitabili criticità. La complessità del progetto richiede una forte capacità di coordinamento, una continuità che non è scontata, una traduzione operativa che mantenga intatta la coerenza dell’impianto. Il rischio è quello di una dispersione, di una difficoltà nel tenere insieme le molteplici azioni previste.
E tuttavia, queste criticità non appaiono come elementi estranei, ma come parte integrante del progetto stesso, che si configura come processo aperto, non come struttura rigida. La sua forza risiede proprio nella capacità di adattarsi, di evolvere, di accogliere le trasformazioni che inevitabilmente interverranno nel corso del tempo.
“Questo adesso”, allora, non è solo un titolo, ma un programma: un invito a confrontarsi con il presente nella sua complessità, a riconoscerne le contraddizioni, a farne materia di lavoro. In questo senso, la designazione di Ancona non premia soltanto una città, ma una visione della cultura come pratica attiva, come strumento di trasformazione e non di semplice rappresentazione.
Resta, come sempre, la verifica della realtà. Ma ciò che già si può cogliere è una tensione autentica, una volontà di uscire dalle formule consuete per immaginare un diverso rapporto tra città e cultura. E forse è proprio questo il punto più significativo: che la cultura venga chiamata a essere non un racconto del passato, ma una forma del presente.


