Martina D'Andrea intervista Paolo Jannacci
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Paolo Jannacci, dal nuovo album “Scimmie ovunque” al live di Roma del 3 novembre: l’intervista esclusiva

Undici canzoni tra ironia, critica sociale e fragilità umane. Il musicista si racconta senza filtri, riflettendo sul valore del tempo, della creatività e delle relazioni.

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Il 3 novembre il cantautore sarà all’Auditorium Parco della Musica. A ForYouMag racconta sei anni di lavoro, l’eredità di Enzo e il rapporto con il pubblico.

Paolo Jannacci si prepara a incontrare il pubblico romano. Martedì 3 novembre, alle ore 20.00, sarà protagonista nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone con “Jannacci arrenditi! La città ascolta”, uno spettacolo che unisce musica, ironia e racconti, attraversando il repertorio di Enzo Jannacci, Paolo Conte e Luigi Tenco. Sul palco, accompagnato dalla sua storica band, il cantautore e pianista presenterà per la prima volta dal vivo anche alcune canzoni di “Scimmie ovunque”, il nuovo album di inediti uscito in vinile e digitale il 16 ottobre, che segna un nuovo capitolo del suo percorso artistico.

ASCOLTA “SCIMMIE OVUNQUE”
di PAOLO JANNACCI

Undici brani nati nell’arco di sei anni, nei quali Jannacci osserva la società contemporanea con uno sguardo capace di alternare leggerezza e profondità. Dalle morti sul lavoro alle contraddizioni del politicamente corretto, passando per i sentimenti, le fragilità umane e il bisogno di empatia, “Scimmie ovunque” raccoglie storie che parlano del presente senza rinunciare a quella vena ironica che caratterizza la sua scrittura. Un progetto pubblicato da Ala Bianca Records e distribuito da Warner/Fuga, arricchito dalle collaborazioni con Elio e Stefano Massini, nel quale trova spazio anche un omaggio al padre Enzo attraverso la reinterpretazione di “Due gelati”.

cover Scimmie Ovunque Paolo Jannacci
La cover dell’album “Scimmie Ovunque” di Paolo Jannacci

Ma cosa significa dedicare sei anni alla realizzazione di un disco in un mercato discografico che corre sempre più velocemente? E quanto conta, oggi, riuscire a raccontare ciò che accade intorno a noi senza perdere sensibilità e capacità di ascolto? Nella nostra intervista esclusiva, Paolo Jannacci si racconta tra musica e riflessioni personali, soffermandosi sugli insegnamenti ricevuti dal padre, sul rapporto con i suoi collaboratori e sulle contraddizioni di una società nella quale l’individualismo rischia di prevalere sul dialogo. Senza dimenticare l’emozione e le incognite del ritorno sul palco, dove le nuove canzoni incontreranno finalmente il pubblico. Un’occasione per conoscere più da vicino l’artista e il suo nuovo progetto discografico, a pochi giorni dall’appuntamento romano.

Paolo, nel comunicato scrivi di averci messo sei anni per dare alla luce questo lavoro e parli dell’arte come di uno strumento che va oltre i limiti temporali. In un’epoca musicale che spinge alla produzione frenetica e continua, che valore ha avuto per te prendersi tutto questo tempo? Quanto ha influito il bisogno di “sentirsi in armonia” con le storie raccontate rispetto alle pressioni del mercato?
Beh, ha avuto un grande significato perché mi ha permesso di poter scrivere lucidamente e anche passionalmente i brani e di realizzarli al meglio. Ho avuto la fortuna di non avere un limite o un traguardo temporale e questo modus operandi mi ha aiutato molto. Direi che il tempo poi aiuta sempre, la fretta non dà beneficio.

Il video di Paolo Jannacci feat. Elio – Politically Topless

Citi un insegnamento fondamentale ereditato da tuo padre, Enzo: affrontare la “signora Tristezza” facendola ridere per trasformarla in una figura affascinante con cui dialogare. In che modo questo approccio si riflette concretamente nelle sonorità, nei testi e nello spirito di questo album?
Questo riguarda uno dei momenti più intimi della creazione. È una confessione che ho fatto e che ho scritto, perché è il mio modo di approcciarmi alla creazione, a un’idea artistica. E quando sono molto coinvolto, metto a nudo anche i miei sentimenti e il mio stato d’animo. E se lo faccio in maniera troppo cinica invece non ottengo nessun risultato. Invece, con l’età e la voglia di comunicare, riesco ad essere più sincero e a esprimere maggiormente i miei sentimenti. Con questa modalità non sono sopraffatto dalle emozioni che a volte ti fanno cadere in vari tranelli di scrittura. In questo modo vedendo anche i momenti di malinconia, non come elementi di depressione o negativi ma come elementi costruttivi, mi ha dato la possibilità di essere sempre più che creativo su determinate tematiche.

Il titolo del nuovo album è forte e suggestivo: “Scimmie ovunque”. Spieghi che ogni scimmia rappresenta un tuo riflesso e una debolezza umana, ma anche uno stimolo alla catarsi e all’autoironia. Qual è la “scimmia” più difficile che hai dovuto affrontare e accettare durante la lavorazione di questo disco?
Probabilmente è quella più becera che vuole annullare tutta la cultura, tutta la spinta artistica, il desiderio di empatia, di essere dalla parte dell’altro, della persona con cui stai colloquiando o ti stai relazionando. In questa condizione di grande egoismo si diventa anche molto violenti e combattivi, ma da un punto di vista assolutamente negativo. Questa è la scimmia più pericolosa. Se dovessimo diventare tutti così, si svilupperebbe una sorta di “tutti contro tutti” che porterebbe a una catastrofe. Già siamo sulla buona strada perché vedo delle reazioni anche da chi gestisce i social, da come tutti cercano un modo di comunicare il più possibile attraverso questi strumenti che a volte vengono malinterpretati e danno origine a teorie o a spinte violente.

Paolo Jannacci intervista di Martina D'Andrea

Accenni all’incontro con “persone splendide” che hanno condiviso con te arte ed esperienza nella realizzazione di un oggetto ancora “misterioso” come il disco. Quanto è importante per te il confronto collettivo e cosa ti hanno lasciato i tuoi collaboratori in questo percorso durato sei anni??
Tantissimo, soprattutto Paolo Re, l’autore che mi ha seguito dai primi momenti in questo lungo cammino e ha condiviso tutta questo lungo periodo. Non essendoci mai stato un limite temporale, questo cammino è diventato anche molto lungo. Paolo mi ha dato tanti spunti di riflessione, tanta voglia di scherzare e di ridere dei guai. Ci sono stati brani che abbiamo lasciato perdere, altri che abbiamo ripreso o modificato. Poi ci sono state le guest star, come Stefano Massini con cui ho condiviso questo bel brano e il maestro Maurizio Bassi, con cui ho condiviso Sanremo 2024 e anche il brano dedicato alle morti bianche. E poi il “gioco critica” con Elio che si è prestato a giocare con noi e condividere il suo modo di essere ironico e satirico insieme a noi.

La tracklist ideale è un mosaico ricchissimo: si passa dai mercati neri degli abbracci ai fioristi, dai tossicomani a concetti curiosi come il “politically topless”. C’è un fil rouge narrativo che unisce queste storie apparentemente così distanti tra loro?
Certo, è il mio modo di guardare al mondo, alla società in cui sono coinvolto, e il desiderio, da artista, di poterlo raccontare. All’inizio volevo quasi chiamare il progetto, poi non ho mai trovato un modo giusto per dirlo, “Guardo, ma ciò che vedo non mi piace affatto”. Il mio fil rouge è questo mio modo di camminare e guardarmi intorno e poterlo raccontare a quante più persone possibile. Guardarsi intorno e accorgersi di varie situazioni che poi fanno parte comunque dell’umano divenire, del tuo modo di essere, del tuo modo di rapportarti con la città, il paese in cui vivi. Quindi un atteggiamento molto normale, però un atteggiamento che è comunque fondamentale per poter socializzare, vivere insieme agli altri e relazionarsi con loro.

scaletta Paolo Jannacci
Paolo Jannacci sarà in concerto il 3 novembre 2026 all’Auditorium Parco della Musica di Roma
con “Jannacci arrenditi! La città ascolta”.

Scrivi di sperare di poter «abbracciare e toccare» chi ascolta con le tue storie e la tua musica. Dopo un’attesa così lunga e un lavoro così denso di riflessioni introspettive, come immagini il passaggio dal vinile/digitale al palco, e cosa ti aspetti dal pubblico che si metterà in ascolto con la “pazienza” di cui parli?
Fondamentalmente racconto sempre delle storie, quindi direi che i brani sono sempre un’incognita perché non li hai mai fatti dal vivo. Però io ho provato anche a fare determinati brani già editi ma assolutamente misconosciuti come “Passaggio a livello”, che è del 1966, scritto da mio padre. E anche quello poteva essere incompreso e invece se tu pensi alla capacità di relazionarti con il pubblico in maniera sempre professionale e dando il meglio, magari lo capisci anche provando a vedere se c’è più o meno interesse per un brano rispetto a un altro. Però secondo me due o tre brani in uno spettacolo possono sempre starci, perché è divertente inserirli e raccontano molto di quelle che sono le nostre paure, i miei fantasmi o quelli di un altro. Oppure dei brani d’autore o dei brani comunque belli da cantare, da raccontare in teatro come “Due gelati” o “La Rosa è il fiorista”. Devo dire che c’è un punto di domanda ma fino a un certo punto, spero di avere un buon riscontro, sono abbastanza fiducioso. 

Grazie per questa intervista e viva il lupo. 
«Crepi il lupo» come dicono in pochi ormai. A me piace perché mi vedo sempre nei boschi dell’Alta Valparma circondato da un branco di lupi pronti a uccidermi e a dilaniarmi vivo. E allora “viva il lupo, viva il lupo”, sì, ma fino a un certo punto.

Intervista di Martina D’Andrea

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