Il produttore multiplatino debutta nella narrativa con una storia che intreccia musica, inquietudini giovanili e ricordi. L’intervista esclusiva.
Cosa resta della rabbia che provavamo a sedici anni? Si spegne crescendo, cambia forma oppure continua ad accompagnarci anche quando diventiamo adulti? È una delle domande che attraversano “E tutta questa infinita rabbia”, il romanzo d’esordio di Riccardo Scirè, pubblicato l’11 settembre 2026 da Fernandel Editore. Un libro nato sui banchi di scuola nel 2005 e completato vent’anni dopo, quando il suo autore è diventato padre. Un viaggio tra passato e presente che restituisce all’adolescenza tutta la sua complessità, senza idealizzarla né nasconderne le contraddizioni.
Per chi segue la musica italiana, Riccardo Scirè è un nome tutt’altro che nuovo. Songwriter e produttore multiplatino, ha collaborato con artisti come Marco Mengoni, Madame, Elodie, Paola & Chiara, Alessandra Amoroso e Sangiovanni, contribuendo a un repertorio che ha superato 1,5 miliardi di streaming, con 28 dischi di platino e 7 dischi d’oro. Questa volta, però, ha scelto di raccontare una storia tutta sua, tornando a un progetto iniziato quando ancora non immaginava il percorso professionale che avrebbe intrapreso. Al centro del romanzo ci sono le inquietudini di una generazione cresciuta prima dell’esplosione dei social network, quando la musica poteva diventare un rifugio, un linguaggio comune e, qualche volta, l’unico modo per sentirsi meno soli.
Ambientato nella Milano degli anni Duemila, il libro segue le vicende di Alex, Matt, Viola e di un gruppo di adolescenti alle prese con amicizie, amori, conflitti familiari e il bisogno di trovare un’identità. A unirli è soprattutto la musica, che prende forma attraverso le Cause Perse, una band nata tra le pagine del romanzo. Ed è proprio qui che il progetto di Scirè assume una dimensione particolare: le Cause Perse e i loro rivali, i Perfetti Sconosciuti, esistono anche fuori dal libro, con brani originali disponibili sulle piattaforme digitali. Due gruppi immaginari che diventano musicalmente reali, dando vita a un’esperienza narrativa in cui parole e canzoni si completano a vicenda.
Ma “E tutta questa infinita rabbia” è anche un confronto tra due versioni dello stesso autore: il ragazzo che ha iniziato a scrivere la storia e l’uomo che ha deciso di portarla a termine. Nell’intervista esclusiva a ForYouMag, Riccardo Scirè racconta il rapporto con il proprio passato, il confine tra musica e letteratura, le trasformazioni dell’industria discografica e il significato che la rabbia può assumere nel corso della vita. Una conversazione che parte da un romanzo, ma arriva a interrogarsi su qualcosa che riguarda tutti: che fine fanno le emozioni, i sogni e le ferite di quando eravamo ragazzi?
“E tutta questa infinita rabbia” nasce nel 2005, quando eri ancora adolescente, e arriva in libreria vent’anni dopo, quando sei diventato padre. Quanto è cambiato il tuo sguardo su quei ragazzi nel corso del tempo? E soprattutto, quanto del Riccardo di allora hai ritrovato, o magari faticato a riconoscere, mentre completavi il romanzo?
La mia intenzione è stata fin da subito quella di non rileggere quel ragazzo con la matita rossa in mano: ne ho mantenuto l’impulso, la spontaneità, il gergo, e ho provato a portare a termine i suoi pensieri con gli strumenti che ho raccolto in vent’anni di libri letti. Il me adolescente ci ha messo le idee, io la grammatica. I primi due capitoli sono sopravvissuti quasi intatti; tanto altro l’ho tagliato senza pietà. Rileggendolo e riscrivendolo ho ritrovato tanto rancore e altrettanto candore. Trovo che spesso le due cose si assomiglino: hanno solo registri diversi, che riesci a cogliere forse solo con l’età adulta.
Hai definito il libro una lettera d’amore all’adolescenza spedita con vent’anni di ritardo. Eppure, già dal titolo, sembra che il sentimento dominante sia la rabbia. Ti chiedo allora: quella rabbia, crescendo, si è davvero trasformata oppure hai semplicemente imparato a darle una forma diversa, magari attraverso la musica e la scrittura?
La rabbia adolescente è una forma d’amore che non ha ancora trovato il suo linguaggio. Viene naturale mettere l’accento sulla rabbia, ma il cuore del titolo è quell’infinita: tutto ciò che vivi nell’adolescenza è totalizzante, sconfinato, quasi definitivo. Il titolo non contraddice la lettera d’amore: la firma. Credo di aver sempre saputo, forse inconsciamente, forse grazie all’esempio dei miei genitori, come dare alla mia rabbia una forma. Che fosse suonando nelle band, scrivendo canzoni o tentando timidi esperimenti di narrativa. Non sono stato un ragazzino fisico, più cervellotico ed emotivo: quando mi succedeva qualcosa, lo elaboravo artisticamente. Crescendo, la mia rabbia non si è spenta, si è spostata. È diventata meno personale e più sociale: si concentra sulle ingiustizie, sulle falle del presente che pagheranno quelli che verranno dopo di noi, a partire da mia figlia.
Nel romanzo Alex, Matt e Viola trovano nella musica un modo per affrontare ciò che non riescono a esprimere a parole. Tu hai costruito una carriera proprio trasformando emozioni e storie in canzoni. Quanto c’è della tua esperienza personale in questi personaggi? E quale dei tre custodisce una parte di te che normalmente non mostri?
Ci sono io in tutti e cinque i narratori, non solo in loro tre. Sono sempre stato un osservatore, quindi c’è tanto di me, ma anche dei miei amici e compagni di classe. Nonostante i background familiari diversi, eravamo tutti uniti da questo perenne senso di inadeguatezza. Alex e Matt hanno la mia adolescenza in sala prove: le band del liceo, i concerti in locali scalcagnati davanti a quattro persone, i no dei discografici presi di persona, la musica come l’unico posto in cui non devi spiegarti. Viola e Lucy hanno la mia sensibilità: una è più matura nella sua insolenza, senza filtri, l’altra è più riflessiva; il Mezzo ha la mia parte più provocatrice e anticonformista.
La Milano che racconti è quella di un’adolescenza precedente all’esplosione dei social network, una città che sembra lasciare i protagonisti soli davanti alle proprie inquietudini. Oggi i ragazzi hanno infinite possibilità di comunicare, ma non necessariamente di sentirsi compresi. Secondo te, la tua generazione aveva più libertà di sbagliare oppure semplicemente meno occhi puntati addosso?
La nostra fortuna è che se facevamo qualche cazzata non c’erano filmati. Sbagliavi, e l’errore restava in quella stanza, nel cortile di scuola, al massimo in un diario o nei ricordi che piano piano diventavano mitologia. Oggi quello che fai può restare online per sempre. Avevamo, col senno di poi, anche un lusso in più: la noia. Annoiarsi ci costringeva a costruirci qualcosa: a fondare una band, a cercare una cifra artistica; ci costringeva a uscire di casa per farci vedere. Un bisogno che, però, non credo sia cambiato. I miei personaggi volevano uno sguardo, non un pubblico. Tante volte ho l’impressione che in fondo sia quello che anche gli adolescenti di oggi vogliono, semplicemente senza saperlo mettere a fuoco. Oggi la questione è emotivamente più pericolosa, perché puoi essere visto da migliaia di persone senza che nessuna ti guardi davvero. La Milano del libro lascia soli i ragazzi con la sua indifferenza; quella di oggi è iper-connessa, ancora più veloce ed estraniante.
Una delle caratteristiche più originali del progetto è che le due band del romanzo, le Cause Perse e i Perfetti Sconosciuti, esistono anche musicalmente, con una vera discografia. Come hai costruito le loro identità sonore? Hai immaginato prima le canzoni o i personaggi? E fino a che punto la musica racconta aspetti della storia che hai scelto di non mettere sulla pagina?
Sono nate contestualmente. Mentre scrivevo i capitoli dove Matt e Alex compongono le canzoni delle Cause Perse, da Tua figlia a Vomitare, mi sono accorto che l’unico modo che avevo di rappresentare fedelmente e in maniera sincera il loro suono era cercarlo, immergermici, plasmarlo e poi descriverlo. Le Cause Perse suonano come suonava la mia band nel 2005: pop punk d’importazione californiana, chitarre sporche e testi figli del fanatismo per i dischi che consumavamo in loop. I Perfetti Sconosciuti sono il loro opposto, pop levigato e pronto per la radio: il rivale perfetto. Ho scritto testi e musica, poi ho arrangiato e suonato batteria, basso e chitarre: lì ho capito che dovevo affidare le voci delle band a due amici, Alex dei Fluosexxx, una band alternative che produco con la mia etichetta, Kick&Snare Productions, e Fabio Pizzoli, autore per Alfa, Ghali, Shade e Benji & Fede. Così ho potuto dare ogni band la sua voce ben distinta. Per i voiceover del trailer ho chiamato Ciliari, artista indie con cui lavoro da anni, che ha un timbro da doppiatore perfetto per raccontare il prologo, intitolato Quasi un epilogo. Le canzoni accompagnano il libro, ma possono anche vivere da sole: non serve averlo letto per capirle, ma basta un brano a testa per avere un’idea dei personaggi dietro alle band, del loro vissuto, del loro approccio al mondo. Ascoltare il disco mentre si legge il libro trasforma la storia in un’esperienza in 3D.
Hai collaborato con artisti molto diversi tra loro, da Marco Mengoni a Madame, da Elodie a Paola & Chiara, contribuendo a brani che hanno raggiunto milioni di ascoltatori. Quando lavori per un altro interprete devi entrare nel suo universo emotivo; con questo romanzo, invece, sei completamente libero di raccontare il tuo. È stato più difficile scrivere senza dover rispondere alle aspettative di nessun altro?
È stato paradossalmente più complicato, perché dovevo restare fedele al cliente più esigente con cui abbia mai lavorato: il me adolescente. Ho dovuto rispondere alle mie, di aspettative, e sono sempre stato estremamente critico nei miei confronti. Oltre all’ansia dell’esordio, avvertivo una sorta di responsabilità nel prendere le idee originali del me di vent’anni fa e doverle trattare con cura e rispetto, dando loro il massimo splendore di cui sono capace. Quando scrivi per un interprete, per quanto difficile, il perimetro è solitamente abbastanza chiaro: devi entrare nella sua voce, nel suo vissuto, in quello che può cantare con verità. Il limite in qualche modo ti aiuta. Con il romanzo il perimetro non c’era, e la libertà assoluta è una gabbia difficile da cui uscire se hai una mente che viaggia da tutte le parti ventiquattr’ore al giorno. C’è anche un’innegabile questione di formato: la canzone pop è compressione, in tre minuti racconti uno stato d’animo, è un medium verticale. Il romanzo è orizzontale, ti permette di entrare e uscire dalle vite dei personaggi, di cambiare punto di vista, di approfondire, di poterti concentrare sui dettagli. Per capire quali fossero necessari e quali no è stato fondamentale il lavoro di editing che Giorgio di Fernandel ha fatto sul testo: un confronto che mi ha arricchito, e da cui sono uscito con una convinzione ancora più forte, che applico spesso alla scrittura di canzoni: in un lavoro di squadra conta sempre e solo l’idea migliore, non da chi proviene.
Nel tuo percorso professionale hai conosciuto da vicino i meccanismi dell’industria musicale, dove spesso il successo viene misurato attraverso streaming, classifiche e certificazioni. Nel romanzo, invece, la musica sembra avere un valore quasi opposto: non serve a conquistare qualcosa, ma a non andare in pezzi. Quanto senti oggi la distanza tra la musica come necessità espressiva e la musica come prodotto?
Nel libro la musica viene vissuta da alcuni personaggi nella maniera più pura: come sfogo, come auto terapia, come luogo di appartenenza. Mi affascinava mostrare la reazione dei ragazzi quando arriva la discografia, nella figura di Morelli: quanto sei disposto a compromettere quello in cui credi per raggiungere un risultato? Era un’epoca diversa, però, in cui la discografia tendeva a essere terrorizzata dal nuovo. Fortunatamente oggi le dinamiche sono differenti, e gli artisti hanno molta più libertà, anche perché spesse volte arrivano alle case discografiche già formati, con una fan base solida e un’idea molto chiara di cosa vogliono essere e soprattutto di cosa non vogliono essere. I numeri sono la lingua dell’industria, e la parlo, ma non è né la mia lingua preferita né il motivo per cui ho cominciato a suonare. Cerco ancora di approcciarmi alla musica e alla composizione con lo spirito di allora. Scrivere era, ed è, l’arma migliore che conosco per capirmi. È un esercizio non facile quello di prendere la musica abbastanza seriamente da trattarla come un lavoro, con disciplina e applicazione, e al contempo di mantenere una parte meno razionale e cinica, senza pensare al mercato o ai risultati, ma è necessario per farlo in maniera sincera. Se poi te la devo dire tutta, negli ultimi anni le soddisfazioni più grandi non me le hanno date le certificazioni, ma le canzoni per bambini: lì avverto la responsabilità di essere intrattenimento e insegnamento per un’intera generazione. Da padre, poi, ne ho capito ancora di più il valore.
Le Cause Perse e i Perfetti Sconosciuti rappresentano due identità musicali che si confrontano all’interno della storia. Se potessi far ascoltare ai protagonisti il panorama musicale italiano del 2026, cosa pensi li entusiasmerebbe e cosa, invece, li farebbe arrabbiare? E tu, da produttore, riconosci ancora nella musica contemporanea quella stessa urgenza che racconti nel libro?
Le Cause Perse sarebbero entusiaste di poter fare e pubblicare un disco semplicemente avendo a disposizione un computer e una scheda audio: niente discografici a cui elemosinare una risposta per mesi, niente compromessi, nessuna porta da sfondare: il pezzo esce, e se vale qualcosa, qualcuno lo trova. Li farebbe incazzare quasi tutto il resto: il successo legato a quindici secondi di video, i balletti, l’inseguimento dell’algoritmo. Avrebbero un’opinione molto netta, e probabilmente molto volgare, del mondo social. I Perfetti Sconosciuti ci si troverebbero a loro agio. Io credo fermamente che sia sempre complesso giudicare in modo definitivo la musica nel momento stesso in cui viene pubblicata: col tempo ho capito che mi serve sempre della distanza, e soprattutto la prospettiva. Qualche anno fa ho riascoltato un disco che nel 2017 non mi era sembrato granché, e l’ho riconosciuto come un album seminale per tante cose che sono accadute successivamente. Mi sento però di dire che quell’urgenza la riconosco ancora, e trovo un grande legame tra la trap di oggi e quello che era il pop-punk per noi vent’anni fa: il racconto dell’emarginazione e dello smarrimento di una generazione. Credo sia pieno di ragazzi che hanno qualcosa da dire; la parte difficile è, come sempre, continuare ad avere qualcosa da raccontare quando le dinamiche cambiano e si raggiunge una certa popolarità.
Dopo oltre 1,5 miliardi di stream, 28 dischi di platino e 7 dischi d’oro, hai scelto di debuttare nella narrativa con una storia che non cerca di addolcire l’adolescenza, ma ne mostra anche le ferite. C’è qualcosa che il successo professionale non è riuscito a risolvere o a raccontare e che hai sentito il bisogno di affrontare attraverso questo romanzo?
In quello che faccio cerco sempre di non farmi guidare dai numeri, dal successo o dall’insuccesso, ma dall’entusiasmo. Da ragazzino sognavo di vivere di musica o di scrittura: la musica è arrivata, la scrittura è rimasta in un cassetto, insieme all’adolescente che ero. Il successo non aveva chiuso quel dialogo, lo aveva solo rimandato. Ho capito che era ora di chiudere quel dialogo e scoprire cos’altro avevo da dirmi, e da dire. La scrittura per me è sempre stata un gesto d’istinto, psicanalisi gratuita, un modo per capirmi meglio. Le ferite le ho lasciate perché un’adolescenza addolcita è una bugia, e fa sentire sbagliato chi la sta vivendo. Detesto i romanzi che la romanticizzano: è un momento delicatissimo, pieno di insicurezze e paure, e volevo rappresentarlo con verità, così come l’ho vissuto. A sedici anni non ti serve qualcuno che ti dica che passerà. Ti serve qualcuno che ti dica che non sei solo.
Vorrei chiudere tornando al ragazzo che nel 2005 iniziava a scrivere questa storia sui banchi di scuola. Se oggi potessi incontrarlo, senza anticipargli nulla dei risultati che avrebbe raggiunto nella musica, cosa gli diresti? E, dopo aver finalmente pubblicato “E tutta questa infinita rabbia”, quale domanda vorresti che i lettori si portassero dentro una volta chiuso il libro?
Gli direi di continuare così. Scrivendo, sbagliando, sbattendo la testa. E quel romanzo che ha iniziato, di finirlo. Ci metterà vent’anni, cambierà titolo una ventina di volte, taglierà capitoli a cui è affezionatissimo, ma deve finirlo. Non tanto per i risultati, più per il percorso e per le spalle larghe che si farà. Gli direi di essere un po’ più indulgente con sé stesso e con i suoi genitori, anche se so che non mi ascolterebbe. Litigheremmo, quasi sicuramente. Lui metterebbe in dubbio tante cose di me; io proverei a spiegargli che la prospettiva non è un talento, è un regalo del tempo. Magari ci scriverebbe sopra una canzone, e io gliela produrrei volentieri. Ai lettori vorrei lasciare una domanda sola: dove l’ho messa, la mia rabbia? Se l’hanno trasformata in qualcosa, bene. Se l’hanno spenta, allora forse vale la pena andare a riprenderla.
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili

