Al MANN fino al 31 agosto oltre 250 opere ricostruiscono, tra archeologia e mito, la lunghissima storia della creatura che Napoli ha trasformato nella propria antenata
Restano pochi giorni per visitare al Museo Archeologico Nazionale di Napoli Parthenope. La Sirena e la città, la grande mostra che segue per quasi tremila anni le tracce di una creatura mitologica divenuta, caso tutt’altro che frequente nel Mediterraneo antico, una vera antenata civica. Non si tratta soltanto di raccontare una Sirena. Il problema archeologico è capire perché una comunità abbia scelto proprio quella figura per pensare la propria origine e come quell’immagine sia riuscita a sopravvivere alle trasformazioni della città, passando dalla ceramica arcaica alla religiosità popolare, dalla moneta alla pittura, fino alla street art.
Più di 250 opere, provenienti da oltre quaranta musei italiani e internazionali, costruiscono così un percorso che comincia nell’VIII secolo a.C. e raggiunge la Napoli contemporanea. La mostra, prorogata fino al 31 agosto, parte dal dato più concreto: la topografia. Prima del racconto viene il luogo. E il luogo è il promontorio di Pizzofalcone, dove le acquisizioni archeologiche consentono oggi di collocare nell’VIII secolo a.C. il primo insediamento greco di Partenope.
È un passaggio essenziale, perché restituisce materia a ciò che per secoli è stato affidato quasi esclusivamente alla tradizione letteraria. I materiali provenienti anche dalle recenti indagini condotte nell’ambito dei lavori della Metropolitana di Napoli, alcuni dei quali presentati per la prima volta, permettono di riconoscere un abitato inserito assai precocemente nei circuiti del Mediterraneo. Ceramiche, forme vascolari e oggetti d’importazione ricostruiscono una rete di rapporti commerciali e culturali nella quale la costa campana non appare periferica, ma pienamente partecipe delle rotte che collegavano il mondo egeo, l’Italia meridionale e il Mediterraneo occidentale.
Il mito, dunque, si deposita sopra una geografia reale.
Partenope appartiene al gruppo delle Sirene che la cultura greca arcaica immaginava assai diversamente da come le conosciamo oggi. Nessuna giovane donna con una coda di pesce. Le Sirene più antiche sono esseri ibridi, uccelli dal volto umano, creature di confine tra cielo, terra e mare. La loro natura è liminale: abitano il punto nel quale un ordine termina e un altro comincia. Non sorprende allora che siano associate alla navigazione, alla morte, alla conoscenza e al canto.
L’incontro con Odisseo costituisce naturalmente uno dei nuclei della mostra, ma l’archeologia delle immagini permette di osservare qualcosa che il testo omerico da solo non potrebbe restituire: le successive metamorfosi della creatura. Il corpo si modifica, le ali persistono o scompaiono, le gambe d’uccello diventano progressivamente umane; soltanto molto più tardi, nel Medioevo, si imporrà la coda di pesce destinata a diventare nell’immaginario europeo quasi inseparabile dalla parola “sirena”.
Ogni trasformazione formale corrisponde a una trasformazione di significato. Le antiche ammaliatrici capaci di condurre alla morte diventano nel tempo protettrici, accompagnatrici, figure benevole del passaggio. Il mito non procede quindi per semplice sopravvivenza: viene continuamente rifunzionalizzato.
È precisamente ciò che accade a Napoli.
Quando, alla fine del VI secolo a.C., poco distante dall’antico insediamento di Partenope nasce Neapolis, la “città nuova”, la Sirena non scompare insieme alla città precedente. Entra invece nella costruzione simbolica della nuova comunità. La tradizione del suo sepolcro, i culti, le emissioni monetali e le immagini disseminate nello spazio urbano mostrano come Partenope venga progressivamente incorporata nell’identità civica. È un fenomeno archeologicamente significativo: la nuova città non cancella la memoria dell’insediamento che l’ha preceduta, ma se ne appropria, trasformando la Sirena in elemento di continuità.
Napoli nasce nuova e contemporaneamente si costruisce un passato.
La mostra permette di seguire questa lunga stratificazione senza fingere che esista una Partenope immutabile. Esistono, piuttosto, molte Partenope sovrapposte. Quella greca, quella romana, quella medievale, quella barocca; la Sirena delle fontane e delle immagini sacre, quella della musica, del teatro e del cinema. Persino la religiosità cristiana finisce per entrare in relazione con questa remota struttura mitica, secondo quel processo tipicamente urbano nel quale culti, racconti e luoghi si sostituiscono senza eliminarsi completamente.
Napoli appare allora per ciò che archeologicamente è: una città costruita per stratificazioni, nella quale il nuovo raramente distrugge del tutto ciò che lo precede.
L’opera site specific realizzata nell’Atrio del MANN da Francisco Bosoletti, dedicata al tuffo suicida della Sirena, porta questa stratigrafia fino al presente. La street art non rappresenta una semplice appendice contemporanea del percorso. Dimostra piuttosto che il meccanismo antico continua a funzionare: ogni epoca riceve Partenope, ne modifica il corpo e la restituisce alla città.
Forse è proprio qui il punto più interessante della mostra. L’archeologia non serve a dimostrare che il mito sia “vero”. Serve a comprendere perché una società abbia avuto bisogno di raccontarlo e quali tracce quel racconto abbia prodotto nello spazio, negli oggetti e nei comportamenti.
Partenope non è sotto Napoli come un reperto sepolto. È dentro la sua struttura. Dal promontorio di Pizzofalcone alle immagini sui muri contemporanei, cambia continuamente forma senza perdere la propria funzione più antica: dare alla città un’origine e, attraverso quell’origine, permetterle di riconoscersi.




