Antonio Maggio intervista di Andrea Alessandrini Gentili
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Antonio Maggio: «Radici» tra musica, Puglia e identità. L’intervista a ForYouMag

il cantautore racconta a ForYouMag il significato di Radici, la collaborazione con Leo Rojas e Sud Sound System e il profondo legame con la sua terra.

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Le radici non sono catene: sono il punto da cui ripartire. È da questa idea che prende forma Radici, il nuovo singolo di Antonio Maggio, realizzato insieme a Leo Rojas e ai Sud Sound System e pubblicato il 17 luglio per The Saifam Group. Un brano che intreccia memoria, appartenenza e identità, trasformando il ritorno nei luoghi del cuore in un viaggio emotivo accompagnato dal suono ancestrale del flauto di Pan e da un forte legame con la terra salentina.

copertina Antonio Maggio feat. Leo Rojas e Sud Sound System Radici
La cover del singolo di Antonio Maggio feat. Leo Rojas e Sud Sound System “Radici”

ForYouMag ha incontrato Antonio Maggio per parlare del significato più profondo di Radici, della collaborazione con Leo Rojas e i Sud Sound System, del valore delle proprie origini e del ruolo che la musica può avere nel raccontare le persone, i territori e il tempo che stiamo vivendo.

“Radici” parla di appartenenza, ma anche del bisogno di partire. C’è stato un momento della tua vita in cui hai capito che per ritrovare te stesso dovevi prima allontanarti dalle tue origini?
Più che di partire, “Radici” parla della sua conseguenza, cioè quella di tornare. Perché credo che in alcuni momenti della nostra vita abbiamo tutti il desiderio di tornare a rivivere alcune sensazioni, a sentire alcuni profumi intimi, a rivedere i nostri luoghi del cuore che, seppur modificati dal tempo, riaccendono comunque i nostri ricordi. Fin dalla mia gioventù, la mia vita é stata caratterizzata dal desiderio di trovare la mia strada, portandomi dunque in un moto perenne alla ricerca di me stesso. Ma era inevitabile che questa ricerca, per quanto appagante, facesse poi sempre i conti con un filo che mi legava al mio senso di appartenenza, riportandomi spesso alle mie origini e alla mia terra. Oggi ad esempio, pur non vivendo più da tempo in Puglia, sento spesso questo richiamo. Per noi salentini in particolare, devo dire la verità, questo filo é piuttosto spesso…

Nel brano dici che “le radici non ci trattengono, ci sostengono”. È una consapevolezza maturata negli anni o è qualcosa che hai sempre sentito dentro di te?
È una riflessione che ho maturato col tempo: credo che il concetto di “radici” sia molto più introspettivo di quello che comunemente si pensa. Mi piace credere che le radici non siano solo un nodo che ci tiene legati necessariamente alla nostra terra di origine, quanto invece qualcosa che sedimenta in noi nella prima parte del nostro percorso umano, al punto da portarcelo dentro in qualsiasi luogo del mondo ci troviamo e in qualsiasi altra fase della nostra vita.

Hai scelto due collaborazioni molto particolari, Leo Rojas e i Sud Sound System. Come è nata l’idea di far convivere il flauto di Pan, il reggae salentino e il tuo cantautorato in un’unica canzone?
É stata una scelta che, come dici anche tu, prescinde dai nostri singoli mondi musicali. Una scelta più concettuale, legata al significato della canzone: i Sud Sound System, dai tempi de “Le radici ca tieni”, sono indiscutibilmente i “boss” delle radici, per di più salentine come le mie, che nel finale si palesano con un canto in dialetto che reputo la parte più emozionale del brano; mentre Leo Rojas mi ha letteralmente stregato con il suo flauto di pan, un suono direi quasi ancestrale che, come dico all’inizio della canzone, comincia a “scavare” il cuore di chi lo ascolta, per una personale ricerca interiore. E poi ho subito immaginato che anche lui, ecuadoriano che vive in Germania ma giramondo grazie alla musica, non poteva che avere un rapporto strettissimo con le sue radici.

download Antonio Maggio feat. Leo Rojas e Sud Sound System Radici
«Mi piace credere che le radici non siano solo un nodo che ci tiene legati necessariamente
alla nostra terra di origine, quanto invece qualcosa che sedimenta in noi».
Antonio Maggio racconta a ForYouMag il significato più profondo di “Radici”.

Uno degli elementi più simbolici del brano è il flauto costruito con il legno degli ulivi colpiti dalla Xylella. Quanto è importante, oggi, che la musica riesca anche a raccontare le ferite di un territorio?
Quando me l’ha detto non potevo crederci: é stata una sua iniziativa spontanea in omaggio alla nostra terra (mia e dei Sud) e a coronamento di questa collaborazione artistica. Mi ha emozionato molto questa sua sensibilità, Leo é un ragazzo straordinario e di un’umiltà disarmante: non dimentichiamoci che stiamo parlando di una star internazionale che, tra i mille concerti in giro per il mondo, avrebbe tranquillamente potuto limitarsi al feat. musicale…e invece é voluto scendere in profondità, come fanno le radici, costruendo appositamente questo flauto con il legno degli ulivi del Salento martoriati dal virus della xylella, dando loro una seconda vita e conferendo a questo fatto artistico anche un significato sociale, e cioè che la musica in qualche modo deve sempre scuotere le coscienze.

Negli ultimi anni hai alternato canzoni molto intime ad altre che affrontano temi sociali e ambientali. Ti senti un cantautore che parte sempre dall’esperienza personale o credi che oggi chi scrive musica abbia anche una responsabilità nel raccontare ciò che accade intorno a noi?
Noi cantautori abbiamo una responsabilità enorme, quella di dare uno spunto di riflessione a chi ci ascolta attraverso il nostro punto di vista su quello che ci accade intorno, a livello sociale ma non solo. Poi alle volte accade che a questo si possa mixare anche l’esperienza personale, e in fondo va bene anche così perché il nostro sentire deve necessariamente trovare una valvola di sfogo, in questo caso la musica.

Sono passati più di dieci anni dalla vittoria a Sanremo Giovani. Guardando il tuo percorso con gli occhi di oggi, qual è la scelta artistica che senti di aver difeso con più convinzione, anche quando sarebbe stato più facile seguire altre strade?
Senza ombra di dubbio il fatto di essere sempre rimasto fedele al mio credo artistico e al mio modo di vivere la musica. Non mi sono mai fatto ammaliare da giri di mode o da qualsiasi tipo di scorciatoie, credo di aver mantenuto sempre una coerenza artistica che poi, inevitabilmente, mi ha portato ad avere un mio stile personale e una mia scrittura riconoscibile. E non nascondo che, sotto qualche punto di vista, ciò possa avermi anche penalizzato, ma oggi posso dire con certezza di poter guardare indietro e avanti sempre a testa alta e con un senso di realizzazione artistica impagabile.

“Radici” arriva in un momento storico in cui tanti giovani lasciano il Sud per costruirsi un futuro altrove. Pensi che questa canzone possa parlare anche a chi vive quel conflitto tra il desiderio di partire e la nostalgia di casa?
Sicuramente sì. In questi pochi giorni dall’uscita mi hanno scritto sui social un sacco di persone che si sono sentite rappresentate da questa canzone, persone che sono state portate dalla vita a vivere altrove rispetto al loro luogo di origine, persone che sentono la nostalgia di casa come uno stato d’animo perenne, che vivono un amore viscerale con la propria terra. Molti si identificano con “quella via che ci portava al mare”, come se tutti avessimo sempre avuto una stradina che ci sembrava tutta nostra, come se l’avessimo scoperta noi, che dopo averla percorsa ci faceva battere il cuore alla vista del mare.

Dal vivo una canzone cambia sempre pelle. Come immagini che “Radici” possa trasformarsi sul palco rispetto alla versione in studio? C’è un momento del brano che non vedi l’ora di condividere con il pubblico?
Io sono un super fan delle canzoni spogliate, portate all’osso, senza troppi artifici di arrangiamento. E un concerto é senza dubbio la migliore scusa per farlo. Poi dipende sempre dal contesto e dalla tipologia di concerto, un pezzo può prestarsi più o meno a una versione acustica. So già che mi piacerà un sacco incontrare gli amici salentini in giro per l’Italia che verranno ai miei concerti e che, in assenza dei Sud Sound System, canteranno al loro posto il finale in dialetto salentino.

Nel corso della tua carriera hai collaborato sia come interprete che come autore per altri artisti. Quando scrivi per te stesso hai un approccio diverso rispetto a quando sai che quelle parole finiranno nella voce di qualcun altro?
Decisamente sì, fin dalle prime note capisco subito che quel brano prenderà una piega tutta mia, personalissima. Quando scrivo per altri, invece, mi piace partire proprio con quell’intento, pensando già a colui o a colei che la canterà. Cerco di studiare il suo linguaggio, lo stile o le ultime pubblicazioni, per provare a entrare in una sorta di contatto con la sua sensibilità.

Se dovessi descrivere Antonio Maggio attraverso una sola “radice” — non necessariamente un luogo, ma una persona, un ricordo o un insegnamento — quale sceglieresti e perché?
Mio padre. “Sei tutta l’altra mia parte, quella mancante, che porto sempre con me”.

Intervista di Andrea Alessandrini Gentili

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Scritto da
Andrea Alessandrini Gentili -

Andrea Alessandrini Gentili è un social media manager e digital strategist italiano che ha collaborato con diverse aziende di rilievo, eventi di musica dal vivo e sport, e personalità del mondo dello sport e della televisione. La sua esperienza nel marketing digitale lo ha reso una figura chiave nello sviluppo e nella gestione di campagne online che aumentano significativamente la presenza del brand e l'engagement del pubblico sulle piattaforme social. Le sue collaborazioni coprono vari settori, riflettendo la sua capacità di adattarsi e creare strategie efficaci per clienti diversi.

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