Tra rock d’autore e folk popolare, Alberto Bertoli e Mirko Casadei hanno dato vita a “L’amore in E.R.”, il singolo pubblicato da Nar International e Ada/Warner Music Italy, dal 12 giugno 2026 disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e dal 19 giugno in rotazione radiofonica, che celebra l’Emilia-Romagna come luogo dell’anima prima ancora che geografico. Un brano capace di trasformare quel trattino che separa Emilia e Romagna in un ponte fatto di musica, radici e condivisione, unendo due percorsi artistici diversi ma accomunati dallo stesso amore per la propria terra.
In occasione dell’uscita del singolo abbiamo incontrato Alberto Bertoli, che ci ha raccontato la genesi del progetto, il valore dell’identità e dell’autenticità nella musica di oggi, il significato del videoclip girato tra le piazze dell’Emilia-Romagna e i progetti futuri che lo vedranno ancora al fianco di Mirko Casadei. Ne è nata una conversazione che va ben oltre una semplice canzone e diventa una riflessione sul potere della musica di abbattere i confini, valorizzare le differenze e costruire nuovi punti d’incontro.
1. «L’amore in E.R.» racconta un territorio ma, prima ancora, un modo di vivere. Quanto c’è della vostra storia personale in questa canzone e quanto, invece, rappresenta un messaggio universale?
Il messaggio è insieme universale e personale. Dal punto di vista biografico è ovvio che, essendo io, Damiano e Mirko romagnoli, nella canzone ci siano le nostre estati, ma anche i nostri momenti di lavoro, di felicità e di festa. Dal punto di vista universale, invece, il tema dell’amore è già molto presente nel panorama musicale italiano: ma qui parliamo di un amore che ognuno può e deve vivere a modo suo — un amore per un territorio, per una musica, per un cibo o per una persona. Far capire alle persone che l’amore ha tante sfumature dovrebbe aiutarle a capire anche una cosa più grande: che siamo tutti sotto lo stesso cielo e che dovremmo eliminare i confini invece di sottolinearli per sentirci più unici. L’unicità, in realtà, appartiene a ogni individuo, non a chi vive in una determinata regione.
2. La musica abbatte da sempre divisioni e barriere — pensiamo alla musica in lingua straniera, che ci emoziona ancora prima di capirne le parole, quasi un incantesimo. Nel brano, il trattino tra Emilia e Romagna smette di essere una linea di confine e diventa un punto d’incontro. Secondo voi, oggi la musica può ancora abbattere le divisioni e creare un vero senso di appartenenza?
Certo, la musica può aiutare, però il lavoro vero devono farlo le persone. Credo che in questo momento ci sia bisogno di lavorare proprio su questo: cercare di vedere più le cose che ci accomunano di quelle che ci dividono.
3. Le vostre identità musicali sono molto diverse: da una parte il rock d’autore, dall’altra il folk popolare. Qual è stata la sfida più grande nel trovare un equilibrio senza rinunciare alle vostre caratteristiche?
In realtà non credo ci siano state vere sfide nel trovare un equilibrio, perché partiamo entrambi dalle radici: dal folk, dalla musica popolare che ci appartiene. Costruire un terreno comune è stato più semplice di quanto pensassimo, anzi non ci sono stati nemmeno momenti di attrito. La verità è che la musica mette insieme chiunque, basta essere disponibili a trovare un terreno comune.
4. Ascoltando il singolo si percepisce un forte senso di festa, ma anche una componente più riflessiva. Quanto è stato importante trovare questo equilibrio tra leggerezza e profondità?
Questa è una domanda molto importante: trovare un equilibrio tra riflessività e leggerezza è un lavoro difficile. Anzi, si potrebbe dire che ridere è una cosa seria, e le cose serie in realtà sono più leggere di quanto sembrino. Io porto con me una parte riflessiva di cui non posso, e non voglio, fare a meno; ma dentro di me c’è la stessa voglia di far festa che c’è dentro Mirko. Veniamo entrambi da luoghi dove il lavoro è visto come una cosa nobile e di certo non ci dispiace sudare le camicie per andare avanti. Non è stato facile, ma credo che la riflessività si intraveda in alcuni versi — come quando cantiamo: «Siamo due isole tenute insieme da un braccio di strada scura, tra la gente che non è ancorata a terra ma a tutto questo mare incerto».
5. Il titolo parla di amore, ma nel testo questo sentimento assume significati diversi: può essere rivolto a una persona, a un amico o perfino alla propria terra. Qual è il messaggio che sperate arrivi con più forza a chi ascolterà il brano?
Esattamente questo: che l’amore ha diverse sfaccettature e va rispettato in tutte le sue forme — e questo dovrebbe valere anche per le persone. Più le persone sono diverse tra loro, più il confronto e lo scambio di pensieri ci arricchiscono dentro. Il messaggio dovrebbe essere quello di unire le persone, non dividerle. In questo periodo ci sono molte forze centrifughe che ricalcano il famoso detto latino «divide et impera».
6. Il videoclip è un viaggio attraverso l’Emilia-Romagna e mette al centro luoghi e persone autentiche. C’è stato un momento delle riprese che vi ha fatto capire di aver raccontato davvero l’anima di questa terra?
Forse il momento più importante, quello che ci ha fatto capire di stare davvero raccontando quello che volevamo raccontare, è arrivato nelle pause delle riprese: entravamo nei bar o nei negozi e la gente ci riconosceva, ma era come una grande festa. Qualche foto, qualche parola, fino ad arrivare a Rimini, dove abbiamo ballato con le persone che erano lì con noi, in piazza. Penso sia stata la parte più bella.
7. Viviamo in un’epoca in cui spesso si rincorrono i trend musicali. Voi avete scelto invece di partire dalle vostre radici. Pensate che oggi autenticità e identità possano essere ancora un punto di forza?
Pensiamo che l’identità derivi direttamente dalle radici e che ognuno di noi possa dire qualcosa di particolare e unico partendo da se stesso. Ogni persona è unica, ogni persona è un mondo a parte e ha qualcosa di speciale da dire: bisogna solo saper ascoltare con le orecchie aperte. Penso che l’omologazione non porti a un pensiero indipendente, mentre il pensiero indipendente è l’arma più importante che abbiamo per emanciparci da tutti i trend, sia nella musica che altrove.
8. Questa collaborazione nasce anche da un rapporto di amicizia. Quanto conta, nella musica di oggi, costruire progetti basati sulla stima reciproca piuttosto che su semplici operazioni discografiche?
Conta moltissimo, per me e per Mirko. Non so quanto conti per gli altri, perché viviamo in un mondo dove il featuring è visto come un’opportunità per guadagnare qualcosa in più, avere più visibilità, scambiarsi il pubblico, piuttosto che costruire qualcosa di bello che valga per se stesso, senza il bisogno di fare più rumore o diventare più famosi. L’importante dovrebbe essere realizzare progetti che facciano stare bene chi li fa e, di conseguenza, anche chi li ascolta.
9. Nel brano convivono tradizione e sonorità contemporanee. È questa, secondo voi, la strada giusta per far conoscere il patrimonio musicale italiano anche alle nuove generazioni?
La musica è sicuramente qualcosa che aiuta l’essere umano, vissuta anche come momento ricreativo — e questo non significa che non porti con sé significati importanti. La nostra strada, per far conoscere le canzoni del nostro patrimonio musicale, è quella di cambiarne le sonorità, renderle più vicine a noi e al momento in cui vengono riproposte. Per gli altri non saprei dire, non potrei dare indicazioni a nessuno: ognuno ha la propria strada. La nostra è questa: l’abbiamo scelta tanti anni fa e non vedo segnali per cambiare direzione.
10. Dopo «L’amore in E.R.» vi siete scoperti artisticamente compatibili. È stato un incontro destinato a rimanere un episodio speciale o pensate che questo possa essere solo il primo capitolo di un percorso condiviso?
Io e Mirko ci conosciamo da tanti anni, ci siamo incontrati sui palchi, perché la nostra dimensione è quella: lavorare dal vivo, in mezzo alla gente, nelle piazze — che per alcuni è forse il momento più difficile, mentre per noi è il momento migliore. Non è che ci siamo scoperti per caso: abbiamo solo deciso di fare, con una canzone nuova, qualcosa che già facevamo insieme sul palco. Adesso è nata l’idea di un tour insieme: il brano è uscito a giugno e partiremo il 30 ottobre dalle Marche. A Grottammare faremo il nostro primo concerto insieme, Bertoli e Casadei, che sarà l’inizio di un grande tour. Poi chissà, le cose potrebbero prendere altre pieghe. Intanto vi invitiamo a venirci a sentire nei nostri rispettivi tour di luglio, agosto e settembre.
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili
