Andrea Alessandrini Gentili intervista Alex Wyse
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Alex Wyse racconta il nuovo album “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”

Tra nostalgia, relazioni contemporanee e bisogno di autenticità, Alex Wyse si racconta senza filtri nel nuovo album “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, uscito il 15 maggio.

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Tra nostalgia e bisogno di autenticità, Alex Wyse torna con Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, il nuovo album uscito il 15 maggio, un progetto personale e intenso che racconta emozioni, fragilità e contraddizioni della sua generazione.

Otto tracce che si muovono tra malinconia e libertà, tra relazioni sospese, amori contemporanei e quel senso di irrequietezza tipico di chi prova a trovare il proprio posto in un mondo sempre più veloce e iperconnesso. Un disco che guarda anche al passato, nelle sonorità e negli immaginari, trasformando musica, cinema ed estetiche di epoche mai vissute in uno spazio emotivo in cui rifugiarsi e riconoscersi.

In questa intervista Alex si racconta senza filtri, parlando della paura di esporsi, della ricerca di sé attraverso la musica, dell’amore oggi e del bisogno di restare sinceri anche nelle proprie fragilità.

copertina Alex Wyse Dicono che tutte le cose belle poi finiscono
Artwork del nuovo album di Alex Wyse “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”

Il titolo “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono” è molto evocativo: è una constatazione amara o un punto di partenza per qualcosa di nuovo?
Secondo me è entrambe le cose. All’inizio può sembrare una frase amara, quasi una resa, però dentro questo disco ho cercato di capire che forse le cose belle non finiscono davvero: cambiano forma. Magari finiscono nella realtà, nelle abitudini, nelle persone che non ci sono più, però restano dentro di noi, ci trasformano, ci insegnano qualcosa. Quindi sì, è una constatazione, ma anche un punto di ripartenza. È il momento in cui smetti di combattere contro la fine e inizi a capire cosa ti ha lasciato.

In questo album ti metti molto a nudo: quanto è stato difficile essere così onesto con te stesso prima ancora che con chi ascolta?
È stato difficile perché spesso la parte più complicata non è raccontarsi agli altri, ma ammettere certe cose a se stessi. Quando scrivo devo arrivare a un punto in cui non posso più mentirmi, e a volte fa male, perché significa guardare anche le parti meno belle, le contraddizioni, le fragilità, gli errori. Però credo che sia lì che una canzone diventa vera. Quando smette di voler sembrare giusta e inizia semplicemente a dire la verità.

Ti senti cambiato più come artista o come persona negli ultimi anni?
Credo che le due cose siano molto legate. Sono cambiato come persona e inevitabilmente è cambiato anche il mio modo di fare musica. Forse oggi ho meno paura di mostrare certe sfumature, anche quelle più imperfette. Prima cercavo tanto di capire quale fosse il modo giusto per raccontarmi, adesso sento più il bisogno di essere sincero, anche quando questa sincerità è meno comoda, meno controllata.

Scrivere per te è più uno sfogo o un modo per dare ordine a quello che hai dentro?
Nasce spesso come uno sfogo, ma poi diventa ordine. All’inizio scrivo perché qualcosa mi attraversa e non so bene dove metterla, poi, mentre la canzone prende forma, capisco meglio anch’io cosa stavo provando. È come se la musica riuscisse a mettere una cornice a cose che nella vita arrivano confuse, disordinate, troppo forti. Scrivere mi aiuta a non perderle e, allo stesso tempo, a lasciarle andare un po’.

Ti riconosci davvero nel presente o senti di appartenere di più a quelle “epoche mai vissute” che racconti nel disco, fatte di musica, film e immaginari che in qualche modo ti hanno formato?
Mi riconosco nel presente, però spesso ho bisogno di attraversarlo con immagini che arrivano da lontano. Certe epoche che non ho vissuto mi hanno formato lo stesso, attraverso la musica, i film, i colori, i modi di raccontare l’amore e la solitudine. Non è nostalgia, perché non posso avere nostalgia di qualcosa che non ho vissuto davvero. È più un richiamo. Come se alcuni immaginari mi aiutassero a capire meglio il tempo in cui vivo.

Nel disco convivono ribellione e fragilità: nella tua vita reale quale delle due senti più forte oggi, e quanto è difficile tenerle in equilibrio senza snaturarti?
Oggi sento che ribellione e fragilità non sono così lontane. Spesso la ribellione nasce proprio da una fragilità che non vuole più essere nascosta. Per me ribellarsi non significa per forza urlare, ma riuscire a restare se stessi anche quando sarebbe più facile somigliare a quello che gli altri si aspettano.

Racconti un modo di vivere l’amore molto legato al presente e alla realtà iperconnessa: pensi che oggi sia più difficile dare valore alle emozioni o avere il coraggio di viverle fino in fondo?
Penso che oggi sia difficile fermarsi abbastanza da capire davvero cosa stiamo provando. Siamo sempre connessi, sempre esposti, sempre pieni di stimoli, e a volte le emozioni passano così velocemente che non facciamo in tempo a sentirle fino in fondo. Forse oggi il coraggio più grande è proprio restare dentro a una cosa vera senza scappare subito. O forse no… forse il punto è che il seme da cui nascono tante emozioni è molto più complesso, anche a causa di questo vai e vieni di novità, notizie, opinioni e critiche.

Andrea Alessandrini Gentili intervista Alex Wyse
“Forse oggi il coraggio più grande è proprio restare dentro a una cosa vera senza scappare subito.”
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili ad Alex Wyse

Nel nuovo album si percepisce una ricerca anche a livello sonoro: come hai lavorato sui suoni e cosa volevi trovare davvero attraverso questa scelta?
Volevo fare un salto nel passato, andare proprio alla radice di ciò che ascolto, di ciò a cui mi ispiro. Trovo molta ispirazione dagli anni ’60 e ’70 anche per i look. Quegli anni mi portano un senso di libertà, avevo la necessità di collegarli in qualche modo alla mia musica.

C’è qualcosa che oggi diresti al “te” di qualche anno fa, prima di tutto questo percorso?
Onestamente penso che il me di prima non voglia sentire consigli dal me del futuro… però penso che gli direi semplicemente di continuare a credere in quello che fa, e che forse un giorno tante cose cambieranno nella sua vita. Forse un giorno sarà ascoltato… ma soltanto se continuerà a credere e a essere sé stesso.

Dopo un disco così centrato sulla ricerca di autenticità, pensi che il tuo prossimo passo sarà continuare a scavare ancora di più dentro te stesso o provare a raccontare qualcosa di completamente diverso?
Credo che continuerò a scavare e a vivere, magari cercando anche nuove stanze dentro di me. L’autenticità non è un posto fermo, cambia insieme a noi. Quindi forse il prossimo passo non sarà per forza raccontare qualcosa di completamente diverso, o forse sì. Anche qui sarà solo il tempo a decidere. Voglio continuare a cercare qualcosa che mi somigli, anche quando non so ancora bene che forma abbia.

Nei prossimi mesi ti vedremo più concentrato su nuova musica, collaborazioni o dimensione live: cosa senti più urgente per il tuo futuro artistico?
Beh, sicuramente non vedo l’ora di cantare il nuovo album, quindi farò sicuramente questo. Nuova musica arriverà sempre, ho ancora tanti argomenti da trattare.

Intervista di Andrea Alessandrini Gentili

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Scritto da
Andrea Alessandrini Gentili -

Andrea Alessandrini Gentili è un social media manager e digital strategist italiano che ha collaborato con diverse aziende di rilievo, eventi di musica dal vivo e sport, e personalità del mondo dello sport e della televisione. La sua esperienza nel marketing digitale lo ha reso una figura chiave nello sviluppo e nella gestione di campagne online che aumentano significativamente la presenza del brand e l'engagement del pubblico sulle piattaforme social. Le sue collaborazioni coprono vari settori, riflettendo la sua capacità di adattarsi e creare strategie efficaci per clienti diversi.

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