Profumi, resine e devozione quotidiana tra Pompei e Roma: nuove indagini archeometriche riscrivono il culto domestico romano
«La religione dei Romani non viveva soltanto nei templi, ma respirava nelle case», scriveva Georges Dumézil, sottolineando come il sacro fosse un fatto eminentemente domestico prima ancora che civico. A Pompei, città improvvisamente sospesa nel tempo dall’eruzione del 79 d.C., questa dimensione privata del culto si è conservata con una precisione quasi perturbante. Oggi, grazie a nuove indagini scientifiche pubblicate sulla rivista Antiquity. A Review of World Archaeology – Ashes from Pompeii: incense burners, residue analyses and domestic cult practices – è possibile entrare nel cuore sensoriale di quelle pratiche: nei profumi, nei fumi, nelle sostanze bruciate sugli altari domestici.
Non si tratta più soltanto di ricostruire rituali attraverso testi o iconografie, ma di analizzare direttamente le tracce materiali della devozione: le ceneri. Residui apparentemente inerti che, sottoposti a sofisticate tecniche di laboratorio, si rivelano invece veri e propri archivi chimici della religiosità antica.
L’archeologia dell’invisibile
L’eccezionale stato di conservazione di Pompei ha restituito non solo architetture e oggetti, ma anche materiali organici raramente preservati altrove. Tra questi, i resti carbonizzati contenuti nei bruciaprofumi (thuribula) rinvenuti nei larari, gli altari domestici dedicati ai Lari, ai Penati e al Genius familiae.
Un team internazionale di studiosi – provenienti dalle università di Zurigo, Monaco di Baviera, Bonn, Kiel e Dublino, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei – ha concentrato l’attenzione su due specifici esemplari: uno proveniente dalla città vesuviana e l’altro da una villa suburbana di Boscoreale.
Attraverso analisi biomolecolari, spettrometria di massa e osservazioni microscopiche, i ricercatori hanno identificato con sorprendente precisione le sostanze originariamente bruciate. Come sottolinea Johannes Eber dell’Università di Zurigo, coordinatore dello studio, «ora possiamo dimostrare concretamente quali profumi venivano realmente bruciati nel culto domestico pompeiano».
Questa affermazione segna un passaggio metodologico cruciale: dalla ricostruzione ipotetica alla verifica empirica.
Tra locale e globale: i profumi dell’Impero
I risultati dell’indagine rivelano una compresenza significativa di elementi locali e importati. Accanto a piante regionali – probabilmente erbe aromatiche e legni resinosi dell’area campana – emergono tracce di sostanze esotiche, tra cui resine arboree provenienti da regioni tropicali dell’Africa o dell’Asia.
Questo dato apre uno scenario di grande interesse: i rituali domestici pompeiani, lungi dall’essere chiusi in una dimensione provinciale, si alimentavano di prodotti inseriti in circuiti commerciali di ampia portata. Il profumo sacrificale diventa così un indicatore sensibile della globalizzazione antica.
L’uso di resine esotiche, come l’incenso (olibanum) o la mirra, era ben attestato nelle fonti letterarie e nelle pratiche cultuali pubbliche, ma la loro presenza negli altari domestici testimonia un livello di diffusione più capillare di quanto si pensasse. Non si tratta più di beni di lusso riservati ai templi o alle élite, ma di elementi integrati nella vita quotidiana di una città dinamica e connessa.
Pompei, dunque, non è solo una città romana ai piedi del Vesuvio, ma un nodo attivo di una rete commerciale globale, in cui merci, odori e simboli viaggiano insieme.

Il vino bruciato: tra rito e rappresentazione
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dallo studio riguarda la presenza di residui riconducibili a un prodotto derivato dall’uva. Come osserva Maxime Rageot dell’Università di Bonn, «le analisi molecolari indicano la presenza di un prodotto derivato dall’uva in uno dei bruciaprofumi».
Questo dato si inserisce coerentemente nel quadro delle pratiche rituali romane, dove il vino svolgeva un ruolo centrale non solo come libagione liquida, ma anche come sostanza simbolica. Il suo impiego nei rituali è ampiamente documentato nelle fonti letterarie e nelle raffigurazioni artistiche: basti pensare alle scene di sacrificio in cui il vino viene versato sugli altari o offerto agli dèi.
La combustione di derivati del vino suggerisce tuttavia una dimensione ulteriore: quella olfattiva. Il rito non era solo visivo o gestuale, ma profondamente sensoriale. Il profumo che si sprigionava dalla combustione – un misto di resine, erbe e sostanze fermentate – costruiva un’atmosfera sacra, una sorta di “paesaggio olfattivo” capace di mettere in comunicazione umano e divino.
Il culto domestico tra Pompei e Roma
Per comprendere appieno il significato di questi dati, è necessario collocarli nel più ampio contesto del culto domestico romano. A Roma, come a Pompei, la religione familiare costituiva il fondamento della vita religiosa. I larari, spesso decorati con affreschi vivaci, erano il fulcro di pratiche quotidiane che scandivano il tempo domestico: offerte di cibo, vino, incenso, accompagnate da preghiere e gesti rituali.
Il fumo del sacrificio aveva una funzione mediatrice: salendo verso l’alto, portava con sé l’offerta agli dèi. Ma era anche un segno visibile – e soprattutto percepibile – della presenza del sacro nello spazio domestico.
In questo senso, le nuove analisi restituiscono una dimensione concreta e quasi intima di tali pratiche. Non più solo immagini o testi, ma odori: fragranze dolci, resinose, forse pungenti, che riempivano gli ambienti e coinvolgevano tutti i sensi.
La comparazione tra Pompei e Roma mostra una sostanziale continuità nelle pratiche, ma anche una maggiore apertura pompeiana verso prodotti esotici, probabilmente favorita dalla posizione commerciale della città e dalla sua vivace economia.

L’archeologia come scienza integrata
Uno degli aspetti più rilevanti di questo studio è il metodo. Come sottolinea Philipp W. Stockhammer della LMU di Monaco, «la combinazione di diverse tecniche chimiche e microscopiche moderne rende improvvisamente tangibile la vita religiosa quotidiana degli abitanti di Pompei».
Si tratta di un esempio emblematico di archeologia integrata, in cui discipline diverse – chimica, biologia, archeobotanica – convergono per ricostruire aspetti altrimenti inaccessibili del passato.
Il Parco Archeologico di Pompei, sotto la direzione di Gabriel Zuchtriegel, ha recentemente valorizzato questa prospettiva attraverso esposizioni che includono materiali organici, restituendo una visione più completa e “viva” della città antica. Come afferma lo stesso Zuchtriegel, «senza Pompei, la nostra conoscenza del mondo romano sarebbe meno ricca», ma è grazie alle nuove metodologie che questa ricchezza può essere pienamente compresa.
Il profumo della memoria
In definitiva, lo studio delle ceneri dei bruciaprofumi pompeiani apre una nuova frontiera nell’indagine archeologica: quella del sensoriale. Se l’archeologia tradizionale ha privilegiato la vista – forme, strutture, immagini – oggi si affaccia la possibilità di ricostruire anche odori, sapori, percezioni.
Il profumo sacrificale, effimero per definizione, diventa così oggetto di analisi scientifica e chiave interpretativa della religiosità antica. In esso si intrecciano dimensione locale e globale, pratica quotidiana e simbolismo, economia e spiritualità.
E forse è proprio in questo intreccio che risiede il valore più profondo di Pompei: non solo città sepolta, ma archivio sensibile di una civiltà, in cui anche il fumo di un piccolo altare domestico può raccontare la storia del mondo.
