Dopo l’incredibile rinascita globale di “Melody”, diventata un fenomeno virale capace di conquistare TikTok e le classifiche Spotify di mezzo mondo, i Plustwo & Belen Thomas tornano a guardare al proprio passato per proiettarlo nel presente. Il nuovo singolo “Survivor (1989 Future Mix)”, già disponibile in digitale e dal 22 maggio anche in radio, recupera uno dei brani simbolo del repertorio di Belen Thomas e lo rilegge con una produzione contemporanea che conserva intatto il fascino synth-pop e dance dell’originale del 1989.
Un’operazione che non punta alla semplice nostalgia, ma alla volontà di dimostrare come certe canzoni possano ancora parlare al pubblico di oggi, soprattutto a una nuova generazione che ha scoperto il mondo italo-disco attraverso i social e le piattaforme streaming. Nell’intervista che segue, i Plustwo & Belen Thomas raccontano il ritorno di “Survivor”, il legame con Mike Francis, il sorprendente successo di “Melody” e il modo in cui la loro musica continua, dopo oltre quarant’anni, a reinventarsi senza perdere identità.
“Survivor” è un brano che appartiene alla vostra storia musicale: cosa avete provato nel rimetterci mano dopo così tanti anni?
Ci abbiamo pensato a lungo, e abbiamo anche dubitato parecchio. La versione del 1989, cantata da Belen Thomas con Mike Francis, aveva un’identità molto forte: elegante, potente, molto riconoscibile. Non era un brano al quale potevi avvicinarti con leggerezza. Il rischio più banale era quello di rimetterci mano solo per nostalgia, e ritrovarsi con una copia più pallida dell’originale. Quindi ci siamo detti: o troviamo una ragione vera per farlo, oppure meglio lasciarlo dov’era. Alla fine la ragione l’abbiamo trovata nel punto d’incontro tra il suono dell’epoca e una postproduzione più attuale. Da qui il titolo “1989 Future Mix”: non un remake che cancella il passato, ma una specie di ponte tra quello che il brano era e quello che poteva ancora diventare.
Poi è successa una cosa molto semplice e molto bella: Belen è entrata in studio e ha cantato praticamente in un solo take. Quando una voce torna dentro una canzone dopo tanti anni e sembra riconoscerla subito, capisci che forse stai facendo la cosa giusta.
In “Survivor (1989 Future Mix)” avete mantenuto il carattere originale aggiornando la produzione: quanto è stato difficile trovare questo equilibrio?
Molto. Era un po’ come lavorare su un vecchio meccanismo pieno di leve: ne tocchi una, e se ne muove un’altra nella direzione opposta. Il suono degli anni Ottanta aveva aria, dinamica, coraggio. Non era tutto perfetto, ma spesso era molto vivo. Il suono di oggi è più compatto, più denso, più controllato. Il punto era far convivere queste due cose senza tradire né l’una né l’altra. Abbiamo fatto decine di mix, proprio perché bastava poco per andare fuori strada. Se spingevi troppo verso il moderno, il brano perdeva la sua natura. Se restavi troppo fedele al passato, rischiava di diventare una fotografia ingiallita.
Dopo il successo mondiale di “Melody” su TikTok, vi aspettavate una riscoperta così forte da parte delle nuove generazioni?
Assolutamente no. E forse proprio per questo è stato così sorprendente. Nel 1983 “Melody” vendette 605 copie. Le restanti tornarono al distributore, che le mandò al macero per ricavarne vinile nuovo per altri artisti. È una di quelle storie che sembrano quasi inventate: un brano che sparisce fisicamente, trasformato in altra musica. Poi, molti anni dopo, alcune delle poche copie sopravvissute hanno cominciato a girare tra DJ e collezionisti, a prezzi che arrivavano anche intorno ai 400 dollari. Ma lì il pubblico era adulto, specializzato, fatto di appassionati e ricercatori. Nel 2020 succede invece qualcosa di completamente diverso: senza un piano, senza una campagna, senza che noi lo avessimo previsto, “Melody” esplode su TikTok. E la cosa curiosa è che noi, come Plustwo, non eravamo nemmeno davvero presenti sui social. Non avevamo una strategia, non avevamo profili attivi costruiti intorno al progetto: in un certo senso, la canzone è arrivata prima di noi. Ragazzi sotto i vent’anni hanno cominciato a cantarla, usarla nei video, trasformarla in una cosa loro. Un brano nato quasi quarant’anni prima, che avevamo visto andare al macero, è arrivato al primo posto nelle chart virali di Spotify nel Regno Unito e al terzo negli Stati Uniti. Nell’aprile 2025, secondo le certificazioni ricevute da ByteDance, i contenuti legati al brano hanno superato un miliardo e mezzo di visualizzazioni su TikTok. È una sensazione difficile da spiegare. C’è stupore, gratitudine, e anche un po’ quella cosa che ti fa dire pensare che forse alcune canzoni non finiscono davvero.
Il tema della resistenza e della rinascita è centrale nel brano: sentite che oggi “Survivor” abbia un significato ancora più attuale?
Sì, forse oggi lo sentiamo ancora di più. “Survivor” parla di una forza che non è sempre spettacolare, non è necessariamente eroica. È quella forza più silenziosa che serve per attraversare il tempo, i cambiamenti, le perdite, le trasformazioni. Viviamo in un periodo in cui è facile sentirsi fragili, anche se fuori sembriamo tutti più connessi, più informati, più preparati. In realtà ognuno, in qualche modo, sta imparando a sopravvivere a qualcosa: a un cambiamento, a una delusione, a una fase nuova della vita, a un mondo che corre più veloce di quanto riusciamo a capire. Forse tra qualche anno capiremo meglio quanto sia complicato vivere oggi, e quanto ognuno di noi, senza troppe dichiarazioni solenni, sia un po’ candidato a diventare il sopravvissuto di domani. E poi c’è anche un significato più leggero, ma per noi molto vero: i Plustwo sono una piccola storia di sopravvivenza. Una band nata negli anni Ottanta, poi sciolta, rimasta però legata nel tempo, e riscoperta molti anni dopo da un pubblico che allora non era nemmeno nato. In questo senso, “Survivor” non è solo il titolo di una canzone, ma é quasi una piccola biografia.
Le parti originariamente interpretate da Mike Francis oggi sono affidate a Sue Sadlow: come avete affrontato questo passaggio?
Con molta attenzione. Mike Francis aveva un modo di cantare unico: intimo, elegante, riconoscibile in poche note. Imitarlo sarebbe stato non solo impossibile, ma anche poco rispettoso. La cosa giusta, secondo noi, era non cercare un sostituto. Sue Sadlow non entra nel brano per “fare Mike Francis”, ma per portare un altro colore, un’altra sensibilità, un’altra presenza. Il lavoro è stato tutto su quell’equilibrio. Due voci femminili, vicine per storia e sensibilità — Sue e Belen sono sorelle — ma diverse nel ruolo, nel timbro e nell’intenzione. Questo cambia il brano, naturalmente, ma lo fa restando dentro la sua storia.
Negli ultimi anni il revival anni Ottanta è tornato fortissimo. Perché quel sound continua a emozionare?
Perché, nei suoi momenti migliori, non era solo un sound. Era scrittura, cura, identità. Negli anni Ottanta c’era una grande attenzione alla melodia, agli arrangiamenti, ai colori sonori. La tecnologia entrava nella musica con una forza enorme, ma spesso dietro c’erano musicisti veri, produttori con una visione, autori capaci di costruire brani che restavano in testa. Penso all’eleganza di Sade, a certi brani degli Yes, ma anche a tante produzioni pop e dance italiane e internazionali che avevano una firma precisa. Magari bastavano pochi secondi e riconoscevi un mondo. Forse è questo che oggi continua a emozionare. Non semplicemente “gli anni Ottanta”, non la nostalgia in sé, ma il fatto che molte canzoni avessero una personalità molto chiara. Oggi tanta musica tende a somigliarsi, anche perché gli strumenti sono potentissimi e tutti possono arrivare a un risultato tecnicamente corretto. Ma avere una voce riconoscibile è un’altra cosa, é un obiettivo difficile, ma anche duraturo.
Il vostro progetto ha sempre mantenuto una forte identità indipendente: quanto conta oggi restare fedeli alla propria visione artistica?
Conta moltissimo, forse più di ieri. Oggi esce una quantità enorme di musica, ogni giorno, e proprio per questo avere una voce riconoscibile diventa fondamentale. Essere indipendenti è un rischio, certo. Significa non avere sempre una struttura forte alle spalle, dover decidere molte cose da soli, e a volte anche sbagliare da soli. Però ti protegge da certi condizionamenti. Ti permette di non dover rincorrere per forza quello che qualcuno pensa sia il formato giusto del momento. La musica, poi, resta imprevedibile. Quando tutti cominciano a seguire una regola, spesso arriva qualcuno che la rompe e funziona proprio per quello. Mi piace pensare che con “Melody” sia successo qualcosa di simile: non era facilmente catalogabile, perché stava in due o tre mondi contemporaneamente. E infatti alcune case discografiche — parliamo di major come Sony, Atlantic e Island Records — ci hanno scambiato per un progetto nuovo che fingeva di essere rétro. Ci chiedevano se avessimo altri brani disponibili, quali fossero i programmi futuri, che tipo di progetto fosse.
La cosa curiosa è che quel suono, per loro, sembrava nuovo proprio perché non era stato costruito per sembrare nuovo.
Dopo la viralità di “Melody”, è cambiato il vostro rapporto con la musica e con il pubblico?
Non direi in modo profondo, perché ognuno di noi aveva già avuto una vita musicale lunga alle spalle e molto diversa. Renzo Zulian è diventato un tenore lirico internazionale, Belen Thomas ha avuto una carriera solista importante, con più singoli nella top ten italiana, personalmente ho lavorato con molti artisti come arrangiatore e produttore. Quindi, per dirla con una citazione che ci sta sempre bene, ognuno aveva trovato da tempo il proprio “centro di gravità permanente”. Quello che è cambiato, però, è stato lo sguardo su alcune cose rimaste ferme. “Melody” ci ha fatto capire che certi brani forse non erano finiti. Erano solo rimasti in attesa. Anche il rapporto con il pubblico è arrivato in modo inatteso. Non siamo nati come progetto social, e anzi i profili ufficiali li abbiamo creati solo di recente. Per questo è stato ancora più sorprendente vedere che un pubblico giovane aveva già trovato il brano, lo aveva usato, cantato, condiviso, prima ancora che noi fossimo davvero pronti a raccontarlo.
“Survivor (1989 Future Mix)” apre la strada a nuovi progetti?
Sì, sicuramente. Abbiamo altri brani in cantiere, alcuni legati al passato e altri completamente nuovi.
E dopo l’esperienza di “Melody”, diventa difficile pensare che una canzone abbia una sola possibilità nella vita. Il treno per certe idee non passa una volta sola. Magari ripassa molti anni dopo, in un’altra stazione, a un altro orario, ma noi cercheremo sempre di farci trovare pronti.
