Dal 12 giugno è disponibile “Dio ti protegga”, il primo album di Sigarettewest, pubblicato da Artist First. Dieci canzoni che attraversano amore, solitudine, dipendenze, nostalgia, ricerca di appartenenza e desiderio di futuro, componendo un racconto intimo e personale che affonda le radici nell’esperienza diretta del cantautore ligure.
Classe 2001, Sigarettewest – nome d’arte di Matteo Siffredi – costruisce un universo narrativo in cui la scrittura autobiografica diventa strumento per osservare il presente e dare forma alle proprie inquietudini. Tra influenze che spaziano dal cantautorato degli anni Settanta a sonorità alternative e contemporanee, “Dio ti protegga” si presenta come un disco che mette al centro la canzone e il bisogno di raccontarsi senza filtri.
In occasione dell’uscita dell’album abbiamo intervistato Sigarettewest per approfondire la genesi del progetto, il significato delle sue canzoni e i prossimi passi del suo percorso artistico.
“Inni Generazionali” arriva dopo diversi anni di scrittura e concerti. In che modo senti di essere cambiato, sia come artista che come persona, rispetto a quando hai iniziato a lavorare a questo disco?
Sicuramente ho più consapevolezza su ciò che voglio fare e dire, sia a livello di sound, sia a livello di scrittura. I live poi sono il modo migliore per capire cosa funzioni e cosa invece vada aggiustato e farne così tanti mi ha permesso di crescere molto. Quello che non è cambiato è il modo in cui la vivo: il divertimento, le paranoie e l’emozione che provo ogni giorno per la fortuna di vivere facendo musica insieme ai miei migliori amici.
Hai definito questo album come una sorta di fotografia degli ultimi anni della tua vita. C’è un messaggio che speri arrivi in modo particolare ai ragazzi della tua generazione?
Non me la sento di parlare di un vero e proprio “messaggio”. Mi farebbe felice se chi ascolterà il disco potesse ritrovare nelle canzoni qualcosa di sé e delle proprie esperienze. Sicuramente c’è molto del mio vissuto in questo disco, ma la mia paura più grande è quella di essere quel tipo di cantautore che canta di se stesso e per se stesso: spero di essere riuscito ad evitarlo.
Nel comunicato parli di una generazione che vive tra paure, sogni e un futuro sempre meno certo. Quali sono oggi, secondo te, le principali inquietudini dei ventenni e dei giovani adulti?
Basta guardarsi intorno. Non è facile trovare la forza e la voglia di costruire qualcosa mentre il mondo intorno a noi sembra crollare. Tuttavia, bisogna sempre partire dalla consapevolezza che siamo in una condizione privilegiata, che è quella di avere la possibilità di farci sentire. Penso che sia importante che chi, come noi, ha ancora la fortuna di poterlo fare, dia voce ai problemi, individuali o collettivi, per fare sì, prima di tutto, che se ne parli.
Il titolo “Inni Generazionali” richiama inevitabilmente il concetto di canzoni capaci di unire le persone. Pensi che oggi esistano ancora brani in grado di rappresentare un’intera generazione?
Se guardiamo all’Italia probabilmente oggi li troviamo in altri generi, penso ad esempio al mondo dell’hip hop. All’estero invece secondo me stanno arrivando nuove voci anche nel mondo del folk o del rock capaci di farsi portavoce della loro generazione: penso a quello che sta facendo Sam Fender in Inghilterra, o a Zach Bryan e Noah Kahan negli Stati Uniti.
Le tue influenze spaziano da Bruce Springsteen fino a nomi più contemporanei come Sam Fender e Zach Bryan. Quali insegnamenti hai cercato di portare nella tua musica senza perdere la tua identità?
Una cosa che sanno fare benissimo molti musicisti anglofoni come quelli che hai citato è tenere insieme la dimensione cantautorale a quella da rock band. Da noi molto spesso sono separate: uno pensa al “cantautore” e difficilmente pensa a un concerto da arena; pensa a una rock band e non la associa alla “parola d’autore”. Pensiamo a Springsteen o Dylan: sono due poeti, uno è un premio Nobel per la letteratura, ma appena salgono sul palco con la band diventano delle rockstar. E’ stata la prima cosa che mi sono promesso appena ho iniziato queste canzoni: usciranno come “Tommaso Imperiali” ma la band deve sempre essere al centro, come sound e come spirito.

protagonista della nostra intervista dedicata al nuovo album “Dio ti protegga”.
In questo progetto emerge spesso il valore delle amicizie e delle persone che ti accompagnano da anni. Quanto conta per te condividere il percorso artistico con chi è cresciuto al tuo fianco?
Tantissimo. Suoniamo insieme da quando avevamo 15 anni e ho condiviso con loro ogni passo e ogni palco di questo percorso stupendo. Per tanti anni siamo stati una band in senso stretto, suonando live e pubblicando come Five Quarters. Adesso i dischi e i concerti sono a nome mio, ma senza di loro niente di tutto questo sarebbe possibile. Prima ancora di essere la mia band sono i miei migliori amici, e questo regala a ogni concerto insieme il doppio dell’emozione e del valore.
Due brani dell’album, “Inni Generazionali” e “Tom Waits”, sembrano raccontare in modo diverso il bisogno di trovare una propria voce e un proprio posto nel mondo. È una ricerca che senti ancora aperta?
Ovviamente sì. In diversi pezzi del disco emerge il problema di trovare una voce che rappresenti la nostra generazione. Se ci chiedi quali siano i nostri “inni generazionali” pensiamo alle canzoni di Springsteen o di Dylan o, in Italia, di De Gregori e Guccini. Che restano spaventosamente attuali, ma se siamo costretti a cercare la nostra voce nelle canzoni dei nostri genitori, quando non dei nostri nonni, forse c’è un problema.
Oltre alla musica sei impegnato anche nel teatro, sia come compositore che come attore. Quanto queste esperienze stanno influenzando il tuo modo di scrivere canzoni?
Penso mi stiano aiutando molto nell’approccio alla scrittura. Quando scrivo un pezzo per pubblicarlo con il mio nome cerco sempre la perfezione e anche un certo grado di autenticità, che a volte però può essere un freno. Scrivere per uno spettacolo ti mette dei paletti e questo – paradossalmente – ti libera un po’ dai vincoli autoimposti. Oltre a questo, il teatro mi sta dando la possibilità di lavorare con tanti grandi musicisti, attori e registi e ognuno di loro, dopo un lungo periodo insieme, ti lascia necessariamente qualcosa che ti porterai dietro.
Negli ultimi anni hai costruito una forte dimensione live. Cosa rappresenta per te il palco e cosa ti restituisce che non riesci a trovare in studio?
È sicuramente la parte più bella di questo mestiere. Quando scrivo i pezzi li immagino già suonati dal vivo, in particolare dalla mia band. Confesso che ci sono brani dell’album che ho iniziato a scrivere proprio immaginandomi con la chitarra su un palco specifico: solo quando li abbiamo suonati lì hanno preso davvero vita.
Guardando avanti, quali sono i prossimi passi del tuo percorso artistico? Ci sono nuovi progetti, collaborazioni o sogni che vorresti trasformare nei tuoi prossimi “inni generazionali”?
L’obiettivo è riuscire a creare in più posti possibili quello che siamo riusciti a costruire a Como: una comunità di persone che viene ai concerti – c’è chi ha visto oltre 50 nostri live, ed è una cosa folle – che si appassiona, che segue quello che facciamo e che ci dà la forza e la motivazione per continuare a inventare per ogni sera qualcosa di nuovo. È il traguardo più importante a cui aspiriamo: tutto questo ma sempre di più.
Sigarettewest “Dio ti protegga” Tracklist:
Cara Malinconia
Money
L’immagine
Torto o Ragione
Dove ce ne andiamo stasera?
Romanzo Criminale
Incontrollabile
C’est La Fucking Vie
Baby Dimentica
Un Ultimo Saluto
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili
