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Matthew Lee, una nuova strada tra rock’n’roll e country. La nostra intervista.

Matthew Lee racconta a ForYouMag il nuovo album, la svolta country e le prossime date di “From 20’s to 20’s”.

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Dal pianoforte al nuovo album praticamente ultimato, Matthew Lee racconta l’evoluzione del suo suono, senza rinnegare le radici rock’n’roll e blues.

Un pianoforte come punto fermo, il rock’n’roll e il blues nelle radici e una curiosità che, dopo anni di carriera e palchi attraversati in tutto il mondo, continua a spingerlo verso territori nuovi. Matthew Lee guarda oggi con particolare interesse al country contemporaneo, una direzione che sta entrando sempre più nel suo universo musicale e che sarà centrale anche nel prossimo progetto discografico.

Un album praticamente terminato, composto da brani originali e ancora senza una data di uscita annunciata, sul quale il pianista e performer ha lavorato cercando un suono più moderno senza rinunciare alla propria identità. «Il country è il fratello del rock’n’roll», racconta a ForYouMag, spiegando un percorso che parte dalle sue radici e arriva alle nuove sonorità che sta esplorando in studio.

La stessa voglia di mettere in comunicazione mondi ed epoche differenti attraversa “From 20’s to 20’s – The Piano Odyssey”, lo spettacolo con cui Matthew Lee ripercorre cent’anni di musica attraverso il pianoforte, passando dal rock’n’roll al blues, dal country allo swing, fino al jazz e alla musica classica. Un viaggio costruito attraverso arrangiamenti personali e una dimensione fortemente spettacolare, nella quale il pianoforte rimane sempre al centro.

Il tour proseguirà il 18 e 19 novembre al Blue Note di Milano, per poi arrivare al Teatro Duse di Bologna e, il 22 gennaio, al Teatro Sociale di Busto Arsizio. I biglietti sono disponibili QUI.

In questa intervista Matthew Lee ci racconta come nasce The Piano Odyssey, il suo rapporto con il rock’n’roll, la costruzione delle canzoni, l’incontro tra Elvis Presley e i Panic! At The Disco in “Burning Hopes”, le esperienze sui palchi internazionali e, soprattutto, il nuovo capitolo discografico ormai pronto a prendere il via.

Matthew Lee intervista di Andrea Alessandrini Gentili
“From 20’s to 20’s”: un secolo di musica con il pianoforte al centro.

Matthew, partiamo da “From 20’s to 20’s”. Come ti è venuta l’idea di mettere insieme cent’anni di musica in un unico spettacolo?
Guarda, è stata una cosa abbastanza fisiologica, perché negli anni ho riarrangiato tante canzoni che fanno parte di decadi completamente diverse. Quindi mi sono messo a studiare uno spettacolo che ripercorresse un po’ tutto questo. In più, ovviamente, ho fatto delle cose nuove e le ho inserite, anche perché l’idea è quella di far vedere come la musica sia tutta concatenata. I generi musicali sono tenuti insieme dal mio pianoforte e dai miei arrangiamenti, che sono ovviamente tutti incentrati sul pianoforte. Il titolo è “Piano Odyssey” prima di tutto, no? È un’odissea al pianoforte, nel senso che il pianoforte viene declinato attraverso tutte le decadi, tenendo sempre presente la mia matrice, che è quella del rock and roll e del blues. Io arrivo da quelle cose là.

Dentro questo viaggio ci sono generi ed epoche molto diverse. Come scegli i brani che senti davvero tuoi e che vuoi portare sul palco?
Erano quelli che, nelle varie decadi, sentivo più affini al mio modo di suonare il pianoforte e quelli che potevano essere più giusti anche per una questione di spettacolo, di show. Perché io non mi dimentico mai del pubblico e cerco sempre di divertirlo. Tutti i miei arrangiamenti, tutte le mie cose hanno il piano al centro e c’è sempre una spettacolarizzazione del pianoforte. Questo per me è abbastanza fondamentale, direi.

Il rock’n’roll è sempre stato il tuo punto di partenza. Oggi quanto ti rappresenta ancora e quanto invece senti il bisogno di andare verso altri mondi?
Guarda, la voglia di andare verso altri mondi in realtà c’è sempre stata. Poi, sai, negli anni magari anche la comunicazione non è stata così precisa, però chi è venuto a vedere lo spettacolo dal vivo sa perfettamente che io non sono uno che fa il rock and roll anni ’50. Faccio una cosa che ha quella matrice e continua ad averla ancora oggi. La voglia di staccarmi dal rock and roll, però, c’è sempre stata. Ho sempre cercato, magari anche sbagliando, di sperimentare: ho fatto album prettamente rock and roll e altri nei quali prendevo pezzi che non c’entravano niente e li facevo a modo mio. L’ho fatto sia con la musica italiana sia con quella estera. Ho sempre cercato di portare dentro i brani le mie radici e la mia personalità. Però, ti dico la verità, non mi rendo la vita facile: non vado semplicemente a riprendere i classici pezzi rock and roll. Qualcuno c’è anche in questo spettacolo e, in fondo, tutto lo show è rock and roll, ma è un rock and roll declinato in varie forme. Non so se mi sono spiegato. Dentro il mio show ci sono tanti generi: c’è il country, c’è il rock and roll, c’è il blues, ci sono forme di jazz, c’è lo swing, c’è la musica classica. Però tutto, credimi, è tenuto insieme dal mio modo di suonare il pianoforte. Quindi non c’è quello stacco che porta uno a dire: “Vabbè, prima fai un brano di musica classica e poi mi fai un rock and roll: cosa c’entra?”. In realtà, c’entra.


il video ufficiale del brano “Burning Hopes”,
un medley tra “Burning Love” di Elvis Presley e “High Hopes” dei Panic! At The Disco. 

Quando lavori a un tuo brano, come nasce solitamente tutto? Parti dal pianoforte, da una melodia, da un’idea che hai in testa?
Guarda, intanto ascolto molta musica. In questo mio momento mi piace moltissimo il country, soprattutto quello moderno. Mi piace molto anche Johnny Cash e tutti questi personaggi che conosciamo, però c’è un filone nuovo che mi interessa particolarmente. Avrai sentito parlare, ad esempio, di Ella Langley: c’è tanta gente che oggi in America fa country moderno e quelle sonorità mi interessano molto. Ultimamente parto proprio da questa idea di musica country. Anche nell’ultimo disco, che ho finito di registrare da poco e che uscirà prossimamente, abbiamo lavorato in questa direzione. Non sappiamo ancora bene in quale modalità uscirà perché è veramente fresco fresco. Abbiamo ripreso la musica country moderna che va oggi e ci abbiamo inserito il mio pianoforte. Abbiamo scritto canzoni e fatto un lavoro proprio da quel punto di vista. Di base parto dal pianoforte e da una melodia che nasce in maniera naturale. Poi ci faccio un mumbling, praticamente una sorta di “fake English”, un inglese finto. Successivamente, se la canzone può essere fatta in italiano, la ragioniamo in italiano; altrimenti resta in inglese e poi, ovviamente, il testo viene sistemato.

In “Burning Hopes” hai unito Elvis e i Panic! At The Disco, che sulla carta sono due mondi abbastanza lontani. Come ti è venuto in mente questo incontro?
Perché matchavano perfettamente. Il pezzo di Elvis è un brano degli anni ’70, quindi appartiene all’ultima parte della sua carriera ed è un po’ più vicino al nostro mondo rispetto al rock’n’roll degli anni ’50. “Burning Love” è un brano che ha fatto negli ultimi anni. I Panic! At The Disco, invece, avevano questo ritornello pazzesco, famosissimo, con milioni e milioni di stream dappertutto. Io ho sempre pensato, anche negli anni in cui facevo il rock’n’roll più puro, proprio quando ho cominciato, che “Burning Love” fosse un pezzo bellissimo e, tra l’altro, molto moderno. Però mi sembrava che gli mancasse qualcosa: c’erano la strofa e il ponte, ma era come se non arrivasse mai il ritornello. Allora con il produttore ci siamo detti: “Ma cosa possiamo mettere qua? Cosa possiamo fare?”. E durante una notte un po’ folle, mentre eravamo in studio fino alle cinque del mattino, abbiamo pensato ai Panic! At The Disco. Quel ritornello era perfetto, anche a livello di testo, perché c’entrava con tutta la storia. Così abbiamo unito le due cose ed è nata “Burning Hopes”, che poi è diventata il mio singolo.

Andrea Alessandrini Gentili intervista Matthew Lee
Un nuovo album all’orizzonte, tra radici rock’n’roll e sonorità country contemporanee.

In questo brano c’è anche una forte anima country rock. È un esperimento legato a questo progetto oppure è una strada che vuoi continuare a percorrere?
È la sonorità su cui abbiamo lavorato per l’album che uscirà. Volevamo dare qualcosa che fosse una sorta di preludio a quello che poi sarà il disco, che sarà completamente originale. Abbiamo scritto tutte le canzoni e in questo momento sono dodici, poi insomma vedremo. Questo brano è una cover, è vero, ed è un esperimento: abbiamo fatto matchare due brani distanti, però rientra un po’ in tutto il discorso che porto avanti anche nel live. Abbiamo unito il vecchio con il nuovo, fatto una commistione di cose e gli abbiamo dato un arrangiamento, una veste completamente nuova e moderna, che funziona. Tra l’altro, questo brano lo porto ovviamente anche dal vivo ed è proprio il penultimo dello spettacolo. Ci sono Frank Sinatra, i brani di Elvis, ci sono tante canzoni e alla fine arriviamo a unire la storia della musica: da quella che è la mia origine, cioè Elvis, fino ai Panic! At The Disco, che apparentemente non c’entrerebbero, però poi c’entrano.

Hai suonato in tantissime parti del mondo. C’è un posto o un pubblico che ti ha lasciato qualcosa e magari ha influenzato anche il tuo modo di fare musica?
Guarda, più che cambiarti, le esperienze fuori sono sempre costruttive. Ho suonato in America, a Dubai e in tanti altri posti. Quello che portiamo, proprio perché non è il rock’n’roll puro, quello già sentito, mi ha permesso di confrontarmi anche con il pubblico internazionale. Noi diciamo spesso che in Italia il rock’n’roll non è arrivato, o quantomeno è arrivato solo in parte, mentre ci sono Paesi che invece lo hanno avuto e vissuto veramente. Ho suonato in America, in posti dove il rock’n’roll, non dico che se lo siano inventato, ma praticamente quasi. Quindi misurarti con quel pubblico è una bella cartina tornasole: capisci se quello che fai può funzionare o meno, se tu puoi funzionare. Siccome è sempre andata bene, siamo ancora qua a parlarne. Ho continuato e ho cercato di affinarmi, sia per portare uno spettacolo e dei bei dischi al pubblico italiano, sia per essere pronto per l’estero. Io ho sempre visto la mia musica e il mio modo di fare le cose come qualcosa che dovesse andare nel mondo. Poi ci sono andato soltanto in una piccola percentuale rispetto a quello che vorrei fare, però il disegno è sempre quello. Siamo sempre pronti a partire. Non c’è un pubblico in particolare che mi abbia cambiato, è stato più un insieme di esperienze. Mi piace molto il pubblico francese, perché ci sono Paesi nei quali all’arte viene dato un peso maggiore rispetto ad altri. Ti rendi conto che la strada è un po’ più breve, meno in salita rispetto a quello che magari accade qua. In certi Paesi un’opportunità ti viene data più facilmente e la Francia è uno di questi. Anche in America ho suonato poco, però le volte in cui l’ho fatto erano grandi festival, come il Cincinnati Blues Festival, dove la sera c’erano artisti giganteschi. In Inghilterra, ad esempio, la sera c’era Van Morrison e nel pomeriggio, verso le 18, c’ero io. Festival con cartelloni belli pesanti, insomma. Se riesci, come si dice dalle mie parti, a “tenere botta” su quei palchi lì, vuol dire che hai qualcosa da dire e che puoi provare ad andare avanti.

Matthew Lee intervistato da Andrea Alessandrini Gentili
Matthew Lee torna live: prossime tappe a Milano, Bologna e Busto Arsizio.

Se guardi a quello che hai fatto fino a oggi, musicalmente cosa senti che ti manca ancora? C’è qualcosa che Matthew Lee non ha ancora fatto e che vorrebbe fare?
Un sacco di cose. Però, ti dico la verità, quest’ultimo lavoro discografico, secondo me, ci potrebbe dare delle belle soddisfazioni, perché rispetto a tutti gli altri album che ho fatto, che erano di matrice un pochino più… avevamo lavorato meno sulla sonorità, diciamo, da questo punto di vista. Questa volta credo di aver fatto un lavoro che è veramente più vicino alla modernità e a quello che funziona. Però io non mi sono mai… non mi sono venduto, nel senso… e lo dico perché questo è fondamentale. Ho preso qualcosa che è la prosecuzione del rock’n’roll, perché il country moderno di oggi mi piace moltissimo, perché è la prosecuzione di quella cosa lì. Quindi la matrice, la radice sono il rock’n’roll e il blues. Poi oggi il country è il fratello del rock’n’roll, quindi torna il discorso: ci sono tanti riff di chitarra, di pianoforte, tante cose che si sentono nei grandi artisti del country di oggi che ricordano moltissimo le mie radici, diciamo, no? Quindi abbiamo preso proprio questo suono, l’abbiamo studiato nel dettaglio, abbiamo fatto un lavoro, devo dire, lungo e difficile. Abbiamo anche lottato in studio per arrivare a questa roba qua. Quindi sono felice e voglio che questo disco venga… spero che questo disco venga recepito. Voglio che sia, come dire, pubblicizzato a dovere, quando sarà.

Progetti futuri?
Con i live arriviamo fino a gennaio, poi ci sono altre cose, ma sono tutte in sospeso. C’è il Blue Note il 18 e 19 novembre, il 31 dicembre facciamo Bologna al Teatro Duse, poi il 22 gennaio vado a Busto Arsizio. Poi ci sono altre cose in sospeso. Per l’album è praticamente finito, uscirà prossimamente ma non posso dire ancora nulla.

Intervista di Andrea Alessandrini Gentili

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Scritto da
Andrea Alessandrini Gentili

Andrea Alessandrini Gentili è un social media manager e digital strategist italiano che ha collaborato con diverse aziende di rilievo, eventi di musica dal vivo e sport, e personalità del mondo dello sport e della televisione. La sua esperienza nel marketing digitale lo ha reso una figura chiave nello sviluppo e nella gestione di campagne online che aumentano significativamente la presenza del brand e l'engagement del pubblico sulle piattaforme social. Le sue collaborazioni coprono vari settori, riflettendo la sua capacità di adattarsi e creare strategie efficaci per clienti diversi.

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