Vittorio Centrone torna con una nuova versione del successo del 2004 e si prepara al debutto teatrale del 2 dicembre a Roma.
La sua voce ha fatto ballare milioni di persone in tutto il mondo, eppure per anni quasi nessuno sapeva a chi appartenesse. Nel 2004 Vittorio Centrone prestava la propria voce alla parte maschile di “Dragostea Din Tei”, il successo internazionale di Haiducii destinato a diventare uno dei tormentoni più riconoscibili degli anni Duemila. Un’incisione nata come un normale lavoro in studio che, senza che lui potesse immaginarlo, avrebbe continuato ad accompagnarlo per oltre vent’anni.
Oggi, con il nome d’arte Lemuri il Visionario, il cantautore ha deciso di riprendersi quella canzone, reinterpretandola attraverso sonorità acustiche e rock, lontane dall’arrangiamento dance che l’ha resa celebre. Dal 9 ottobre 2026 è disponibile la sua nuova versione di “Dragostea Din Tei”, accompagnata da un videoclip prodotto dall’etichetta discografica Azzurra Music. Una rilettura che arriva dopo la partecipazione a The Voice Senior nel 2024 e l’inaspettato incontro sul palco con Haiducii, un momento che ha riportato sotto i riflettori la storia di quella voce rimasta a lungo senza un volto.
Ma il presente di Lemuri il Visionario non si esaurisce nella riscoperta di un brano iconico. Il 2 dicembre 2026, alle ore 20.30, al Teatro Ghione di Roma, debutterà “Sarò Diverso”, uno spettacolo nato da un’idea di Vittorio Centrone e Antonio La Rosa, che intreccia musica, teatro e immagini per raccontare, attraverso realtà e immaginazione, un percorso di crescita, trasformazione e ricerca della propria identità.
Nella nostra intervista, Vittorio Centrone ripercorre il rapporto con “Dragostea Din Tei”, racconta le emozioni del ritrovato incontro con Haiducii e riflette sulle difficoltà di essere artisti nell’epoca dei social. Parla anche dei suoi riferimenti musicali, da David Bowie a Peter Gabriel, di un sogno teatrale ancora da realizzare e, soprattutto, della distanza tra l’uomo e il personaggio che porta sul palcoscenico. Due identità apparentemente diverse, ma profondamente legate dal desiderio di dare un significato alla propria vita e alla propria arte.
Partiamo da “Dragostea Din Tei”. Dopo oltre vent’anni hai deciso di reinterpretare da solista una canzone che ha segnato profondamente la tua carriera. Che cosa ti ha spinto a darle oggi una nuova identità musicale?
Mi ha spinto la constatazione che questo brano, lentamente e sempre di più, è entrato a far parte della mia vita. Inizialmente in maniera del tutto casuale, quando l’ho registrato, perché doveva essere semplicemente un turno vocale pagato. Poi, però, è diventato quello che tutti conosciamo. Nel corso degli anni ho iniziato a raccontare questa storia molto particolare, anche perché, quando abbiamo registrato il brano, praticamente nessuno si aspettava che avrebbe avuto un successo del genere. Poi sappiamo tutti cosa è successo. Io, in quel momento, non ho partecipato direttamente al progetto e mi sono ritrovato in una situazione veramente paradossale: la mia voce era praticamente in giro per tutto il mondo, ma nessuno sapeva che fossi io a cantare quella canzone, almeno nella parte maschile. Nel frattempo sono successe parecchie cose. Mi hanno anche chiamato per registrare un secondo singolo, che però non è mai uscito. Indipendentemente da tutto questo, ho continuato a portare avanti la mia carriera da cantautore. Durante i miei concerti, però, raccontavo sempre questa storia e proponevo anche una mia versione del brano, perché mi faceva piacere che il pubblico ne fosse a conoscenza. Poi, nel 2024, sono stato chiamato a partecipare a “The Voice Senior”, dove sono arrivato in finale. La mia partecipazione è stata un importante amplificatore di visibilità, perché il mio personaggio è stato accolto molto bene. Gli autori sono stati davvero carini e hanno pensato di organizzarmi una sorpresa durante la prima puntata: hanno invitato Paula Mitrache, in arte Haiducii, senza che io ne sapessi nulla. Dopo la mia esibizione, ci siamo ritrovati a cantare insieme “Dragostea Din Tei” per la prima volta dal vivo, davanti a milioni di telespettatori. Anche il video di quel momento è stato molto visto.
Che emozione è stata ritrovarvi sul palco dopo così tanti anni?
È stata un’emozione forte, perché in realtà io non sapevo veramente nulla. Molte persone, in seguito, mi hanno detto: «Ah, ma sicuramente era tutto organizzato!». Invece sono stati davvero bravi a mantenere il segreto. Immaginavo che avrebbero fatto qualcosa, perché naturalmente avevo raccontato loro tutta la storia. Pensavo che magari mi avrebbero fatto cantare un ritornello o mi avrebbero chiesto di raccontare qualche aneddoto, ma che arrivassero addirittura a invitare lei come ospite, a sorpresa, proprio non me lo aspettavo. È stata quindi un’emozione molto intensa e anche il pubblico ha reagito benissimo. Da quel momento la storia ha cominciato a circolare sempre di più. Quando sono andato a Sanremo l’anno scorso, per partecipare alle manifestazioni collaterali al Festival, ho rilasciato molte interviste e ho notato con grande piacere che tante persone mi riconoscevano per strada, mi fermavano per chiedermi una foto o semplicemente per salutarmi. La maggior parte, però, mi riconosceva proprio come la voce maschile di “Dragostea Din Tei”, quella di “Maia U”. Del resto, sappiamo bene che un artista può scrivere tantissime canzoni, ma ce ne sono alcune talmente iconiche da rimanere inevitabilmente legate alla sua identità. Così, parlando con il mio discografico, a un certo punto mi ha chiesto: «Ma scusa, tu hai mai realizzato una tua versione di questo brano?». Gli ho risposto di no, che in effetti non l’avevo mai fatto. E lui mi ha detto: «Ma lo devi fare!». Ho quindi colto la palla al balzo e ho trasformato “Dragostea Din Tei” in una canzone come l’avrei realizzata io, se l’avessi scritta, seguendo il mio stile musicale. Alla fine sono molto contento di averlo fatto, perché credo che la mia versione, non so se tu l’abbia ascoltata, riesca a mettere in evidenza un aspetto diverso di questa canzone. Siamo sempre stati abituati a conoscerla e ascoltarla in chiave dance, attraverso diverse cover e arrangiamenti, mentre secondo me possiede anche una dimensione più acustica, più intima, quasi da camera. È una versione più vicina alla forma della canzone, per certi versi anche più sognante. Sono davvero soddisfatto del risultato, perché adesso sento che questo brano mi rappresenta un po’ di più.
La nuova versione di “Dragostea Din Tei” abbandona le sonorità dance per avvicinarsi a un mondo più acustico e rock. Come hai lavorato a questa trasformazione e quale aspetto del brano volevi far emergere?
Volevo far emergere maggiormente il segreto melodico di questa canzone, perché la spinta ritmica, essendo stata pensata come un brano dance, tendeva in qualche modo a metterlo un po’ in secondo piano. Non voglio dire che la melodia passasse inosservata, perché il suo gancio melodico è sempre stato molto forte, ma il ritmo portava le persone più a muoversi che ad ascoltare. Invece, dopo aver cantato questa canzone per tanti anni, ho scoperto che, come tutti i brani di grandissimo successo, possiede un segreto melodico particolare: quello del doppio gancio. C’è un primo ritornello che è già molto forte e, quando un autore riesce a trovare un ritornello del genere, di solito può anche ritenersi soddisfatto, perché ha già in mano qualcosa di importante. Dan Bălan, l’autore moldavo che ha scritto la canzone, però, non si è accontentato e ha creato un secondo gancio melodico ancora più forte: il famoso vocalizzo “Maiaì”, quello che poi è diventato l’elemento più caratteristico del brano. Quindi, se vogliamo fare un paragone un po’ provocatorio, quasi sessuale, potremmo dire che nella canzone c’è un doppio orgasmo, uno subito dopo l’altro. E questa non è affatto una cosa normale nella scrittura di una canzone. Tra l’altro, il “Maiaì” ha anche una connotazione quasi folk. Non saprei dire da dove provenga esattamente, perché bisognerebbe chiederlo direttamente a Dan Balan, ma quel vocalizzo ha sicuramente un richiamo molto particolare, quasi ancestrale, che rimane impresso nel cuore delle persone.
Il 2 dicembre debutterà al Teatro Ghione di Roma “Sarò Diverso”, uno spettacolo che intreccia musica, teatro e immagini. Come nasce questo progetto e che cosa deve aspettarsi il pubblico?
Il pubblico deve aspettarsi di entrare in una dimensione parallela, perché “Sarò Diverso” è la storia della mia vita trasformata in arte. Racconta di un ragazzino, Vittor, che vive in un paesino sperduto e che, essendo molto miope, viene anche un po’ preso in giro dai suoi amichetti. Naturalmente, nel racconto ci sono elementi autobiografici e altri di fantasia. Alcune situazioni sono volutamente esagerate, quindi non si tratta di una ricostruzione fedele della mia vita. Il paesino da cui parte Victor, per esempio, ha scelto di rinunciare completamente all’informazione e vive praticamente isolato dal resto del mondo. Spinto da un desiderio di rivalsa, il ragazzino decide di oltrepassare i confini di questa realtà parallela per scoprire cosa esista al di là di quel limite ideale. Inizia così un viaggio esperienziale, che è anche un percorso di formazione, durante il quale affronta diverse difficoltà e, lentamente, impara a conoscere se stesso. Con il tempo arriva in una grande città, una realtà per lui completamente sconosciuta. Qui, attraverso nuovi incontri e ulteriori difficoltà, si trasforma gradualmente nell’eroe dei suoi sogni: Lemuri il Visionario. In fondo, è il classico percorso dell’eroe, un’esperienza nella quale tutti possiamo riconoscerci. Durante l’adolescenza, infatti, ciascuno di noi ha affrontato le proprie difficoltà e, crescendo, ha cercato di trasformarsi nella persona che immaginava di diventare da adulto. Lo spettacolo vuole essere anche un invito a inseguire i propri sogni, a crederci fino in fondo e a cercare di trasformarli in realtà. Ma c’è un altro messaggio per me fondamentale: la diversità non deve essere considerata qualcosa di negativo. Ogni diversità rappresenta una peculiarità, non un difetto. È qualcosa che va valorizzato, esaltato, non nascosto.
Hai conosciuto il mondo della musica prima dell’arrivo dei social e delle piattaforme digitali. Oggi, secondo te, per un artista è più facile farsi conoscere oppure è diventato più difficile costruire un’identità autentica e riconoscibile?
Ti rispondo dal punto di vista di un giovane sessantaduenne, perché ho un motto che mi piace ripetere: «Per diventare veramente giovani ci vuole tempo». Quando si è giovani, infatti, spesso si è ancora troppo acerbi dal punto di vista della consapevolezza. Se invece si riesce a mantenere l’entusiasmo e la forza psicologica dei vent’anni anche quando se ne hanno sessantadue, allora si è veramente giovani. Io, per fortuna, mi ritengo abbastanza vicino a questo obiettivo, che comunque non è affatto facile da raggiungere. Dal punto di vista di un giovane sessantaduenne, quindi, credo che oggi la comunicazione sia forse più complicata rispetto al passato. Prima esisteva una sorta di imbuto attraverso il quale bisognava necessariamente passare per emergere. Questo percorso era rappresentato dalle case discografiche, dai talent scout, dai concerti e da tutta una serie di opportunità che, gradualmente, permettevano a un artista di accedere ai mezzi di informazione. Oggi, invece, tutti possono utilizzare direttamente questi mezzi di comunicazione, che nel frattempo sono diventati soprattutto i social. Il fatto che chiunque possa avere accesso a queste piattaforme crea un’enorme confusione, accompagnata da una velocità altrettanto impressionante nella fruizione delle notizie, dei contenuti e delle immagini. Io stesso, naturalmente, devo confrontarmi con questa realtà, perché oggi è necessario farlo. Svolgo un lavoro molto intenso anche sui social, ma devo confessarti che, per come sono fatto caratterialmente, mi sento molto più a mio agio a parlare con una persona, proprio come sto facendo adesso con te. Mi piace avere qualcuno che mi pone delle domande e che, dall’altra parte, ascolta quello che sto dicendo. È una situazione completamente diversa rispetto a quando devo raccontare le stesse cose davanti a un telefono muto che mi guarda. Probabilmente i ragazzi più giovani sono maggiormente abituati a questo tipo di comunicazione. Io, invece, faccio molta più fatica, soprattutto a risultare credibile. Mi capita spesso, quando devo registrare dei contenuti parlando da solo davanti al telefono, di dover ripetere più volte quello che voglio dire. A volte mi impappino, cosa che normalmente non mi succede quando parlo direttamente con un’altra persona. Credo che questa sia una delle difficoltà che dobbiamo affrontare noi che abbiamo qualche anno in più: imparare a confrontarci con un modo di comunicare completamente diverso, al quale si aggiunge la velocità con cui oggi vengono consumati i contenuti. C’è poi tutto il problema dello scrolling, come si dice adesso, che rende questa comunicazione ancora più rapida e frammentata.
Mettiamo per un momento da parte la musica. Chi è Vittorio Centrone quando scende dal palco? C’è una passione, un’abitudine o un lato del tuo carattere che il pubblico non conosce e che potrebbe sorprendere?
Io ho la fortuna di vivere una vita anche attraverso un alter ego. Sono Vittorio Centrone, ma artisticamente divento Lemuri il Visionario, e questo comporta una vera e propria trasformazione. Quando devo salire sul palcoscenico mi trucco, mi vesto e, durante quella mezz’ora che impiego per diventare Lemuri il Visionario, accade qualcosa di irreale. Comincio a camminare in un altro modo, a muovermi diversamente. È una cosa molto interessante, perché emerge una parte di me che normalmente non viene fuori. Quali sono, quindi, le differenze tra Lemuri il Visionario e Vittorio Centrone? Vittorio Centrone sente anche un forte desiderio di semplicità e di meravigliosa contemplazione della vita, qualcosa che Lemuri il Visionario non può permettersi. Vittorio Centrone pensa che questo viaggio, che è la nostra vita e che tante volte diamo per scontato, sia un miracolo straordinario. E che, fondamentalmente, per godere di questo miracolo non serva fare nient’altro che viverlo e osservarlo con gioia. Spesso anche in silenzio, soprattutto in un mondo che, in questo momento, è pieno di parole. Credo che non sia necessario inseguire la notorietà, il denaro o qualsiasi altra cosa, ma che basti sapersi accontentare con gioia di quello che si ha, vivendo ogni giorno questo miracolo e imparando ad accorgersi anche dei piccoli miracoli che accadono continuamente intorno a noi. Basti pensare che quella che chiamiamo realtà è già di per sé un sogno incredibile. Viviamo su un pianeta sferico che gira in un universo sconfinato, ruotando anche su se stesso. E già il nostro corpo, il modo in cui funziona, rappresenta qualcosa di straordinario. Sono tutte cose che diamo per scontate ogni giorno, ma in realtà non c’è assolutamente nulla di scontato. Quindi, fondamentalmente, Vittorio Centrone forse si accontenterebbe di assistere a questo miracolo e di viverlo con gioia e semplicità. Lemuri il Visionario, invece, ha bisogno di lottare, combattere, viaggiare, cantare, esibirsi e mostrare anche quella componente egocentrica che, giustamente, un artista deve possedere per poter fare l’artista.
Chiudiamo guardando al futuro. Dopo tanti anni di musica, esperienze e nuovi inizi, c’è ancora un sogno artistico che Vittorio Centrone, o forse dovremmo dire Lemuri il Visionario, vorrebbe realizzare?
Guarda, in realtà un sogno ci sarebbe ancora, anche perché, bene o male, piano piano sto riuscendo a realizzare tutti quelli che avevo. Ho scritto tante canzoni mie, adesso ho un’ottima casa discografica, “Dragostea Din Tei” si è trasformata negli anni in qualcosa che sento finalmente appartenermi e poi c’è lo spettacolo teatrale “Sarò Diverso”. Insomma, sono riuscito a portare avanti tanti progetti ai quali tenevo. C’è però un sogno che mi piacerebbe davvero realizzare. Nella mia vita artistica ho avuto due grandi mentori: David Bowie e Peter Gabriel. Credo di aver iniziato a fare questo mestiere anche grazie ai sogni che mi hanno fatto vivere i dischi dei Genesis e quella meravigliosa idea di teatro rock che Peter Gabriel aveva sviluppato negli anni Settanta. Ma non soltanto in quel periodo, perché anche i concerti che realizzava negli anni Ottanta erano sempre fortemente legati a una dimensione teatrale. Con i Genesis, Peter Gabriel ha realizzato un disco che per me rimane un punto di riferimento assoluto: “The Lamb Lies Down on Broadway”. È un doppio album nel quale viene raccontata una storia, quella di Rael, un ragazzo portoricano che affronta un viaggio onirico all’interno della metropolitana di New York. Ecco, il sogno che vorrei ancora realizzare, e che spero un giorno di poter concretizzare, sarebbe quello di creare una mia versione personale di quest’opera e portare in teatro una rilettura di questo meraviglioso lavoro che Peter Gabriel scrisse nel 1974.
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili


