Il cantautore si racconta a ForYouMag partendo dal nuovo singolo: uno swing teatrale e disincantato che mette nel mirino ipocrisie e giudizi, aprendo una riflessione anche sul suo percorso artistico.
Ironico, teatrale e volutamente provocatorio: con “Santo subito” Giò DeCaprio sceglie lo swing per raccontare le contraddizioni di una società sempre pronta a giudicare. Il nuovo singolo, pubblicato l’11 settembre 2026 per Jazzy Records, prende di mira falsa moralità, perbenismo e quella tendenza a stabilire con estrema sicurezza cosa sia giusto o sbagliato, soprattutto quando si parla della vita degli altri.
Paradiso, inferno, diluvi e aureole entrano così in un immaginario volutamente grottesco nel quale il protagonista compie una scelta precisa: non salire su nessun “battello” salvifico. Nessuna redenzione da inseguire a tutti i costi, dunque, ma la rivendicazione delle proprie imperfezioni e della libertà di sottrarsi alle convenzioni e alla retorica del bene. Il tutto sostenuto da un sound jazz con un innesco shuffle che alleggerisce la provocazione e ne accentua il carattere giocoso.
Dietro “Santo subito” c’è anche una storia artistica lontana dai percorsi convenzionali. Autore, pianista, cantante e narratore musicale, DeCaprio ha vissuto le prime esperienze nella musica negli anni Ottanta, per poi allontanarsi dai palcoscenici e lavorare prima in una multinazionale e successivamente nell’attività forense. Il ritorno alla musica arriva dopo questa lunga parentesi, con un bagaglio di esperienze che oggi confluisce in una scrittura nutrita da jazz, canzone d’autore italiana, musica brasiliana e suggestioni cinematografiche.
Dopo “Udinì”, “Santo subito” rappresenta il secondo capitolo di questo nuovo percorso discografico. Ma è proprio dalle parole di Giò DeCaprio che emergono le sfumature più interessanti del progetto: il rapporto con l’ironia, il giudizio amplificato dai social, la libertà di accettare le proprie contraddizioni, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e la scelta di tornare alla musica senza inseguire il tempo imposto dall’industria discografica.
Ne abbiamo parlato con lui in questa intervista di Andrea Alessandrini Gentili.
Giò DeCaprio racconta “Santo subito”: l’intervista
“Santo subito” prende di mira chi si sente depositario della verità e sa sempre cosa è giusto e cosa è sbagliato. C’è stato un incontro, una persona o un episodio preciso che ha acceso la miccia del brano?
Non c’è una persona precisa, e forse è questo il problema: ce ne sono parecchie! È un tipo umano che incontriamo continuamente, quello che possiede certezze granitiche soprattutto sulla vita degli altri. Sa cosa dovresti fare, come dovresti comportarti, cosa è moralmente accettabile e cosa no. Poi magari, se guardi appena dietro la facciata, scopri tutte le contraddizioni che appartengono normalmente a ciascuno di noi. La miccia di “Santo Subito” nasce dall’osservazione di questo atteggiamento. Mi divertiva immaginare, per contrasto, un personaggio che dicesse: sapete una cosa? Io santo non sono e non ho nessuna intenzione di fingere di esserlo. Da lì è venuto tutto il resto.
Nel pezzo sostieni, in fondo, che sia meglio essere peccatori consapevoli che santi di facciata. Quanto c’è di Giò DeCaprio in questa dichiarazione e quanto invece appartiene al personaggio che racconti?
Nei miei personaggi c’è inevitabilmente qualcosa di me, anche quando non sono autobiografici. In questo caso mi appartiene sicuramente la diffidenza verso chi prende troppo sul serio la propria presunta perfezione. Sono abbastanza consapevole dei miei difetti e, arrivato a questo punto della vita, non credo valga la pena nasconderli per costruire una versione più presentabile di me stesso. Il personaggio estremizza questa posizione e la rende teatrale, ma il principio mi somiglia: preferisco una persona imperfetta che conosce le proprie contraddizioni a qualcuno che si mette un’aureola in testa e comincia a distribuire assoluzioni e condanne.
Viviamo in un’epoca in cui giudicare gli altri sembra essere diventato quasi uno sport, soprattutto sui social. “Santo subito” è anche una fotografia della società contemporanea?
Sicuramente. I social hanno reso visibile e immediato qualcosa che probabilmente abbiamo sempre fatto: giudicare. Solo che oggi possiamo farlo in pochi secondi, pubblicamente e spesso senza conoscere davvero la persona o la situazione di cui stiamo parlando. Mi colpisce soprattutto la velocità con cui si formano i tribunali: colpevole, innocente, buono, cattivo. Tutto immediatamente. La vita reale, invece, è molto meno ordinata. Siamo contraddittori, cambiamo idea, sbagliamo. “Santo Subito” gioca proprio su questa distanza tra la complessità delle persone e la facilità con cui pretendiamo di classificarle.
Hai scelto di affrontare un tema pungente attraverso uno swing leggero, teatrale e giocoso. Quanto è importante per te l’ironia per raccontare temi che, affrontati diversamente, rischierebbero di diventare moralistici proprio come ciò che stai criticando?
L’ironia è fondamentale… non solo nella musica, ma nella vita! Se avessi scritto una canzone per spiegare agli altri che non bisogna giudicare gli altri, sarei caduto esattamente nella trappola che volevo raccontare. L’ironia mi salva da questo rischio, yi permette di dire una cosa seria senza salire in cattedra. Anzi, possibilmente mettendo per primo te stesso dentro la storia. Musicalmente lo swing ha fatto il resto: “Santo Subito” doveva avere leggerezza, movimento, quasi il passo di un personaggio che entra in scena, racconta le sue malefatte e anziché chiedere perdono sembra persino divertirsi. Mi piace quando musica e testo creano questo piccolo cortocircuito.
Il videoclip è stato realizzato utilizzando anche l’intelligenza artificiale. Da artista molto legato alla musica suonata e alla dimensione umana della scrittura, che rapporto hai con l’AI applicata alla creatività?
Non sono contrario agli strumenti nuovi per principio. Sarebbe curioso, per uno che ha ricominciato a fare musica dopo tanti anni, avere paura proprio delle novità. Nel caso di “Santo Subito”, però, è importante chiarire una cosa: l’intelligenza artificiale non ha inventato il videoclip. Il soggetto e la sceneggiatura sono originali, ideati da Valentina e Roberta Gramazio di Jazzy Records; l’AI è stata utilizzata per tradurre quel progetto in immagini e costruire questo particolare “comic in movimento”. È un’esperienza che mi ha incuriosito molto. Penso che la questione non sia stabilire se l’AI sia buona o cattiva, ma capire chi conduce il gioco. Se hai un’idea, una visione, una cultura e qualcosa da dire, può diventare uno strumento molto potente. Se chiediamo invece allo strumento di avere anche l’idea al posto nostro, il discorso cambia.
Ti riconosci nella figura del cantastorie più che in quella dell’interprete tradizionale. Quando nasce una tua canzone, viene prima una storia, una frase, un personaggio oppure è il pianoforte a suggerirti la direzione?
Mi riconosco molto nella parola “cantastorie”. Forse perché non ho mai pensato alla voce come a uno strumento da esibire: per me serve innanzitutto a portare da qualche parte una storia. Non c’è però una regola nella scrittura. A volte arriva una frase e quella frase contiene già un personaggio. Altre volte nasce una sequenza armonica al pianoforte e improvvisamente suggerisce un’atmosfera, quasi una scena. Altre ancora osservo qualcuno, magari per pochi minuti, e comincio a immaginare la sua vita. A quel punto musica e parole devono incontrarsi. Quando funziona, non riesco più a capire quale delle due sia arrivata prima. Ed è probabilmente un buon segno.
La tua storia artistica è decisamente fuori dagli schemi: la musica, poi una lunga parentesi professionale impegnato in una multinazionale e poi l’attività forense e infine il ritorno alla discografia. Cosa puoi raccontare oggi che probabilmente non avresti potuto raccontare trent’anni fa?
Le persone. Trent’anni fa avrei potuto immaginarle ma oggi, dati gli anni di vita trascorsi ne ho incontrate parecchie. Ho attraversato mondi molto diversi, dalla multinazionale alla professione di avvocato, e ciascuno mi ha messo davanti a caratteri, conflitti, ambizioni, fragilità, successi e fallimenti. Quando sei giovane hai moltissima energia, ma inevitabilmente hai meno memoria. Oggi possiedo un archivio umano molto più grande. Credo sia cambiato anche il mio rapporto con le emozioni. A vent’anni tendi a pensare che ciò che stai vivendo sia assoluto. Con il tempo scopri che persino i grandi dolori cambiano forma, che certi amori rimangono anche quando sono finiti e che la memoria può improvvisamente riportarti in un luogo dal quale credevi di essere uscito da anni. E questa dimensione, non a caso, comincerà a emergere anche nelle prossime canzoni.
In un mercato musicale molto concentrato sulla velocità, sui numeri e spesso anche sulla giovane età degli artisti, arrivare alla discografia seguendo un tempo personale ti ha reso tutto più difficile o, paradossalmente, più libero?
Entrambe le cose. Più difficile perché è evidente che il mercato ragiona secondo dinamiche che non sono state costruite pensando a un artista con il mio percorso. Ma anche enormemente più libero, perché non sento di dover dimostrare che a venticinque anni sarò qualcuno… a trenta. Non ho una carriera da inseguire contro il cronometro. Voglio fare buona musica, lavorare con musicisti che stimo e raccontare cose nelle quali mi riconosco. Naturalmente mi fa piacere che un brano venga ascoltato, trasmesso dalle radio, entri in classifica: sarei ipocrita a sostenere il contrario. Ma non vorrei mai che il numero diventasse la ragione per cui faccio una canzone. Forse essere arrivato tardi mi ha regalato proprio questo: meno tempo davanti, ma molta meno fretta.
Prima “Udinì”, con il tema della fuga e della liberazione, ora “Santo subito”, con il rifiuto delle convenzioni e della falsa moralità. La libertà sembra essere un filo rosso della tua scrittura: è questo il vero centro del progetto Giò DeCaprio?
Non ci avevo pensato inizialmente in questi termini, ma sì, guardando le canzoni una accanto all’altra questo filo esiste. Mi interessano i personaggi che a un certo punto fanno qualcosa di imprevisto: escono dalla parte che era stata assegnata loro, rifiutano una regola, scappano, cambiano strada. Forse perché anch’io, in un certo senso, l’ho fatto tornando alla musica. Ma la libertà che mi interessa non è quella eroica, da manifesto. È molto più quotidiana e imperfetta. È la possibilità di cambiare idea, di ammettere un desiderio, di sottrarsi a qualcosa che non ci appartiene più. Persino di sbagliare strada. Purché sia la nostra.
Dopo “Santo subito”, quale Giò DeCaprio dobbiamo aspettarci: continuerà a prevalere lo sguardo ironico e disincantato oppure nei prossimi brani scopriremo anche una parte più intima e vulnerabile?
Direi che la risposta arriverà molto presto. A fine ottobre uscirà “Controtempo”, terzo singolo e brano che dà il titolo all’intero progetto… lì il registro cambia. È una rumba elegantemente jazzata che racconta un amore che riaffiora attraverso la memoria, l’assenza e la nostalgia. Non c’è il personaggio dietro cui nascondersi e non c’è la satira di “Santo Subito”. C’è piuttosto quel momento in cui pensi di avere rimesso tutto al proprio posto e improvvisamente un ricordo altera nuovamente il ritmo. Il titolo nasce anche da questo. Il cuore ha un pessimo senso del tempo: accelera quando dovrebbe aspettare, rallenta quando dovrebbe andare avanti, qualche volta torna indietro senza chiedere permesso alla ragione. E ci lascia, appunto, in controtempo. Forse questo terzo singolo aiuterà anche a comprendere meglio il progetto nel suo insieme. “Udinì”, “Santo Subito” e “Controtempo” mostrano tre lati diversi della mia scrittura: il racconto, l’ironia e una dimensione più sentimentale e vulnerabile. Non vorrei dover scegliere tra questi aspetti. Sono tutti parte dello stesso cantastorie.
Intervista di Andrea Alessandrini Gentili
