AvA intervista Andrea Alessandrini Gentili
Home INTERVISTE “Fammi Fallire”, AvA ci racconta il nuovo capitolo della sua musica
INTERVISTEMUSICA

“Fammi Fallire”, AvA ci racconta il nuovo capitolo della sua musica

Intervista ad AvA sul nuovo album “Fammi Fallire” tra relazioni tossiche, vulnerabilità e scrittura senza filtri.

Share
Share

Con “Fammi Fallire”, disponibile dallo scorso 30 gennaio, AvA apre le porte a un racconto fatto di relazioni cicliche, dipendenza emotiva e fragilità quotidiane. Un disco che nasce senza cercare scorciatoie narrative o risposte definitive, ma che sceglie di restare dentro le contraddizioni, i silenzi e le tensioni che attraversano molte delle sue canzoni.

Ad anticipare il progetto è stato il singolo “Trattieni il Respiro”, brano che fotografa la sensazione di apnea emotiva che può nascere all’interno di rapporti disfunzionali, tra ritorni continui, gesti ripetuti e parole che arrivano troppo tardi.

Nel corso dell’intervista, AvA parla del significato di “Fammi Fallire”, del rapporto tra dolore e scrittura, della pressione legata alla continua necessità di performare e della scelta di raccontare emozioni e relazioni senza idealizzarle. Un confronto che attraversa i temi centrali del disco e il modo in cui l’artista ha costruito questo nuovo capitolo del suo percorso musicale.

cover Album AvA Fammi Fallire
La cover del nuovo album di AvA “Fammi Fallire”

Fammi Fallire” sembra quasi un manifesto più che un album: quando hai capito che questo disco non doveva funzionare”, ma semplicemente essere?
L’ho capito nel momento in cui ho smesso crearmi qualsiasi tipo di aspettativa. All’inizio volevo che questo disco avesse una funzione: che spiegasse, che ordinasse, che desse senso. Poi ho capito che le cose più vere non nascono per funzionare, nascono perché a un certo punto non puoi più evitarle. “Fammi Fallire” non doveva essere efficiente, doveva essere sincero. E la sincerità raramente è comoda, raramente è perfetta, ma ha una forza che nessuna costruzione strategica può avere.

Nel disco rivendichi il diritto al fallimento, alla lentezza e alla disperazione. Quanto è stato difficile mettere in discussione lidea di performance continua che oggi domina anche la musica?
Molto. Perché ormai non ti viene chiesto solo di essere brava: ti viene chiesto di essere costante, brillante, desiderabile, veloce, performante sempre. E questo non riguarda solo la musica, riguarda proprio il modo in cui ci viene insegnato a stare al mondo. Rivendicare il diritto a crollare, a rallentare, a non produrre immediatamente qualcosa di spendibile, oggi è quasi scandaloso. Ma per me era necessario. Io non volevo fare un disco che suonasse “in ordine”, volevo fare un disco che dicesse la verità anche quando la verità è scomposta.

Le tue canzoni raccontano relazioni che non si chiudono mai davvero, ma restano in sospeso. È più difficile lasciare andare o accettare di restare?
È più difficile accettare che a volte restiamo anche quando sappiamo che dovremmo andar via. Lasciare andare è doloroso, ma almeno ha una direzione. Restare in certe situazioni, invece, è una forma di tortura lenta. Le relazioni sospese mi interessano proprio per questo: non sono mai abbastanza finite da smettere di far male, ma nemmeno abbastanza vive da poter essere salvate. E lì dentro ci riconosciamo in tanti.

Nei testi emerge spesso una tensione tra istinto e razionalità, tra il sapere cosa è giusto e il continuare a fare lopposto. È una contraddizione che senti ancora aperta dentro di te?
Sì, assolutamente. E credo che resterà aperta ancora a lungo, forse per sempre. La parte razionale di me vede chiaramente molte cose, spesso anche prima che accadano. Ma l’istinto è più antico, più pericoloso, più seducente. Non credo molto nelle persone completamente pacificate. Io penso che siamo pieni di punti irrisolti e che spesso la nostra verità stia proprio lì, in quella frizione tra quello che sappiamo e quello che non riusciamo a smettere di desiderare.

Parli di ribellione silenziosa”: oggi fare musica onesta è ancora un atto di ribellione?
Sì, perché l’onestà oggi non è di moda. O meglio: piace l’idea dell’autenticità, ma solo finché è vendibile, ordinata, facilmente trasformabile in contenuto. La vera onestà, quella che non ti fa sembrare sempre forte, sempre risolta, sempre nel personaggio giusto, quella sì, per me è ancora ribellione. Ed è una ribellione silenziosa perché non ha bisogno di urlare: ti cambia da dentro e cambia anche il modo in cui arrivi agli altri.

In questo disco il fallimento non è qualcosa da evitare, ma quasi da attraversare. È una consapevolezza che nasce dalla vita o dalla scrittura?
Dalla vita prima, e dalla scrittura dopo. La scrittura per me non inventa quasi nulla: semmai mette a fuoco. Il fallimento, per come lo racconto io, non è la sconfitta spettacolare. È qualcosa di molto più intimo: è il momento in cui non riesci più a sostenere l’immagine che avevi di te, della tua vita, dei tuoi sentimenti. Però proprio lì, quando quella costruzione cede, può nascere qualcosa di più vero. Non credo nella guarigione senza attraversamento.

Il disco è pieno di immagini quotidiane — parcheggi vuoti, gesti ripetuti, silenzi pesanti. Quanto è importante per te partire da dettagli concreti per raccontare emozioni così complesse?
Fondamentale. Per me le emozioni diventano vere quando trovano un corpo, un luogo, un gesto. Il dolore puro, astratto, mi interessa poco. Mi interessa il dolore quando ha una stanza, una luce, una distanza precisa tra due persone, un silenzio in macchina, un parcheggio vuoto alle due di notte. I dettagli quotidiani sono il modo più onesto che conosco per raccontare quello che non si lascia spiegare facilmente.

Il disco restituisce la sensazione di un unico flusso emotivo, senza vere risoluzioni: è un modo per raccontare la complessità delle relazioni o per rifiutare lidea che tutto debba necessariamente avere una chiusura?
Entrambe le cose. Le relazioni vere raramente si chiudono in modo netto, pulito, narrativamente soddisfacente. Quella è una fantasia che ci serve per stare tranquilli. Ma la realtà è molto meno elegante. Ci portiamo dietro persone, versioni di noi, parole mai dette, rancori, nostalgie, fantasmi. Volevo che il disco avesse proprio quel respiro lì: non un arco perfetto, ma un flusso umano. Perché non tutto ha una chiusura, e non tutto deve averla per forza.

Nei tuoi testi c’è una frase molto forte: devi stare male se vuoi guarire”. Quanto credi che oggi ci sia paura di attraversare davvero il dolore?
Tantissima. Oggi siamo allenati a interrompere subito il disagio, a distrarci, a ottimizzarlo, a renderlo presentabile. Ma il dolore, quando è vero, non è elegante. Ti sporca, ti rallenta, ti mette in crisi l’identità. Ed è proprio questo che spaventa. Io credo che molta sofferenza si prolunghi proprio perché nessuno ci insegna a starci dentro davvero. Vogliamo guarire senza ferita, cambiare senza perdita, rinascere senza lutto. Ma non funziona così.

La tua voce non cerca mai leffetto, ma resta sul limite, quasi trattenuta. È un modo per proteggerti o per essere più autentica?
Tutte e due le cose. La mia voce, soprattutto in questo disco, non vuole dominare il pezzo: vuole abitarlo. Io non amo l’interpretazione esibita, quando senti che la voce vuole convincerti della propria bravura. Mi interessa molto di più il punto in cui una voce sembra quasi spezzarsi ma non lo fa, perché lì dentro c’è una verità che non si può simulare. Sì, forse è anche una forma di protezione, ma è soprattutto il modo più vicino che conosco per essere credibile.

Dopo un percorso indipendente così forte e coerente, cosa significa oggi per te avere successo”?
Oggi per me avere successo significa non tradire il mio centro. Sembra una risposta romantica, ma non lo è: è molto concreta. Vuol dire riuscire a costruire qualcosa di solido senza dovermi snaturare per essere capita più in fretta. Vuol dire arrivare alle persone giuste, non a tutte. Vuol dire fare musica che lasci un segno reale e non solo numeri temporanei. Se poi tutto questo cresce anche fuori, meglio. Ma il successo, per me, non può più coincidere con l’approvazione.

Hai detto che questo disco non nasce per consolare, ma per far riconoscere. Ti è già arrivato qualche riscontro da chi si è ritrovato dentro queste canzoni?
Sì, ed è la cosa più preziosa. Quando qualcuno mi scrive dicendomi “non mi hai fatto stare meglio, ma mi hai fatto sentire visto”, per me è tutto. Io non cerco di dare risposte, cerco di dare forma a qualcosa che spesso le persone provano ma non riescono a nominare. E quando succede quel riconoscimento lì, anche molto silenzioso, io sento che il disco ha già fatto il suo lavoro.

In un panorama musicale sempre più veloce e consumabile”, senti di andare controcorrente in modo consapevole?
Sì, ma non per posa. Non mi interessa essere controcorrente come etichetta identitaria. Mi interessa essere fedele a una certa idea di profondità, di tempo, di peso. Oggi tutto deve essere immediato, semplificato, digeribile. Io invece credo ancora nelle cose che restano un po’ opache, che chiedono attenzione, che non si esauriscono al primo ascolto. Se questo significa andare controcorrente, allora sì, lo faccio consapevolmente.

Se dovessi descrivere Fammi Fallire” con unimmagine sola, quale sarebbe?
Una stanza quasi vuota, di notte, con una finestra aperta e qualcuno che non sa ancora se sta per crollare o per salvarsi. Mi piace questa immagine perché dentro c’è tutto: il silenzio, il rischio, la possibilità, la solitudine, ma anche una forma di luce che ancora non sai nominare.

Guardando avanti: dopo aver messo così tanto di te in questo album, senti il bisogno di cambiare direzione o di andare ancora più a fondo?
Sento il bisogno di andare ancora più a fondo. Non perché io voglia ripetermi, ma perché quando finalmente arrivi vicino a un punto vero, capisci che sotto ce n’erano altri dieci. Questo disco per me non è una conclusione, è una soglia. Mi ha insegnato che posso permettermi di essere ancora più radicale, ancora più precisa, ancora meno accomodante. E questa, più che spaventarmi, oggi mi libera.

Tracklist “Fammi Fallire”, AvA:

Vida Lenta Vida Loca
Formentera
Requiem
Fammi Fallire
Trattieni Il Respiro
Per Aspera Ad Astra
Josè
La Fine Dell’Estate
Scegli Me

Intervista di Andrea Alessandrini Gentili

Share
Scritto da
Andrea Alessandrini Gentili -

Andrea Alessandrini Gentili è un social media manager e digital strategist italiano che ha collaborato con diverse aziende di rilievo, eventi di musica dal vivo e sport, e personalità del mondo dello sport e della televisione. La sua esperienza nel marketing digitale lo ha reso una figura chiave nello sviluppo e nella gestione di campagne online che aumentano significativamente la presenza del brand e l'engagement del pubblico sulle piattaforme social. Le sue collaborazioni coprono vari settori, riflettendo la sua capacità di adattarsi e creare strategie efficaci per clienti diversi.

Related Articles
cover Ultimo Il giorno che aspettavo
HOMEMUSICANEWS

Ultimo annuncia a sorpresa il nuovo album “Il giorno che aspettavo”

Il cantautore romano torna con un nuovo progetto discografico in uscita il...

Grace intervista di Andrea Alessandrini Gentili
INTERVISTEMUSICA

Grace racconta sé stessa nel nuovo singolo “46”

Con il singolo “46”, Grace affronta senza filtri il tema dei disturbi...

ARTEHOMEMUSICA

Dardust porta Venezia sott’acqua alla Biennale Arte 2026 con “SommersiVo”

Un pianoforte che suona da solo, l’intelligenza artificiale e il suono della...

RAFFI Bang Bang Bang
MUSICA

RAFFI torna con “Bang Bang Bang”: il nuovo singolo tra desiderio, libertà e relazioni tossiche

La cantautrice, già opening act dei concerti di Vasco Rossi, apre un...