Andrea Alessandrini Gentili intervista Fabrizio Grecchi
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Fabrizio Grecchi racconta “Beatles Piano Solo”: l’intervista tra musica, emozioni e il legame con i Fab Four

Il pianista e compositore sarà protagonista a Milano il 29 e 30 maggio con “Beatles Piano Solo”, il progetto che reinterpreta i classici dei Beatles tra improvvisazione e coinvolgimento del pubblico.

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Fabrizio Grecchi continua a portare in scena la magia dei Beatles trasformandola in qualcosa di profondamente personale, emotivo e contemporaneo. Dopo il successo ottenuto a Piano City Milano, il pianista e compositore torna nel capoluogo lombardo con due nuove date del suo “Beatles Piano Solo”: venerdì 29 maggio al Gogol&Company per il Festival Musa e sabato 30 maggio allo Spazio Alda Merini nell’ambito del progetto C.A.S.T. Due appuntamenti che confermano il forte legame tra Grecchi, Milano e un repertorio senza tempo che da anni conquista pubblico e critica in Italia e all’estero.

In questa intervista, Fabrizio Grecchi racconta il rapporto quasi viscerale con la musica dei Fab Four, il valore del dialogo emotivo che nasce durante i suoi concerti e la continua evoluzione di uno spettacolo che, più che un tributo, rappresenta un autentico viaggio artistico e umano. Dal Cavern Club di Liverpool ai club di New York, passando per Piano City Milano e i nuovi progetti tra elettronica e impegno sociale, il musicista si apre ai lettori di ForYouMag ripercorrendo passioni, sperimentazioni e nuove sfide creative.

“Beatles Piano Solo” non è un semplice omaggio ai Beatles ma, come hai dichiarato, un vero e proprio ringraziamento personale. Quando hai capito che la musica dei Fab Four avrebbe cambiato il tuo percorso artistico?
Ho avuto la fortuna di crescere con la loro musica e con il tempo ho iniziato anche ad occuparmi sia della loro storia che di loro quattro singolarmente come esseri umani. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Anzi aggiungo anche Brian Epstein e George Martin, due personaggi determinanti nella storia dei Beatles. A un certo punto ho iniziato a scoprire che la loro creatività era spontanea, frutto di complessi equilibri artistici e spirituali. Li ho iniziato ad amarli in un modo diverso. La loro storia e la loro musica sono stati due ingredienti fondamentali per la mia formazione.

Nel tuo concerto riesci a reinterpretare i brani modificando tempi e armonie senza perdere l’anima originale delle canzoni. Quanto è difficile trovare il giusto equilibrio tra rispetto e innovazione?
Devo confessare che è tutto un po’ a sensazione. Infatti lascio acceso il registratore e poi quando riascolto tengo quello che mi piace. Se sento che il lavoro che sto facendo mi dà una buona sensazione allora lo tengo.

Da “Yesterday” a “I Want You (She’s So Heavy)”: come costruisci la scaletta di “Beatles Piano Solo” e quanto spazio lasci all’improvvisazione dal vivo?
Diciamo che più si va verso il loro periodo in studio, quello dove hanno smesso di suonare dal vivo per dedicarsi alla ricerca sonora, e più il lavoro diventa complesso. A questo proposito c’è una versione del mio spettacolo che si chiama “Psychedelic Beatles” dove uso degli effetti sul piano. Non escludo di riproporla in futuro.

Fabrizio Grecchi intervista
Fabrizio Grecchi sarà in concerto a Milano con “Beatles Piano Solo”
venerdì 29 maggio al Gogol&Company nell’ambito di Festival Musa

Il pubblico nei tuoi concerti diventa parte integrante dello spettacolo, spesso cantando insieme a te. Quanto conta per te questo dialogo emotivo tra palco e platea?
È importantissimo, specie sulle canzoni dei Beatles che sono cantate da tutti. Il live rispetto all’ascolto singolo ha tanti vantaggi. Intanto ti devi recare in un posto preciso insieme a tante persone che condividono con te la stessa passione. C’è la partecipazione, il cantare insieme, l’essere in un luogo dove teoricamente non dovresti avere distrazioni. Un po’ come andare al cinema o a teatro. Se stai vedendo un film non è che rispondi al telefono, però se sei a casa e suona metti in pausa e rispondi. Se sei a un concerto e fai altro interrompi il dialogo emotivo, se partecipi lo alimenti.

Hai portato “Beatles Piano Solo” in città simbolo come Liverpool e New York. C’è un concerto o un momento internazionale che ricordi con particolare emozione?
Sicuramente a New York. Io, come ho sempre detto, non sono un jazzista e mi sono ritrovato a suonare i Beatles in un club a Greenwich Village che è il tempio del jazz. Prima di salire sul palco ho detto al mio manager locale che secondo me stavamo facendo una follia, ma mentre lo dicevo mi stavano spingendo sul palco. Il concerto andò bene e mi chiesero di farlo anche il giorno dopo.

Dopo 15 edizioni consecutive di Piano City Milano, che rapporto hai sviluppato con la città e con il pubblico milanese?
Beatles Piano Solo nasce proprio grazie a Piano City, quindi c’è un legame molto potente. Chiaramente il concerto vive di vita propria ma ogni volta che faccio Piano City Milano è come un ritorno a casa. Il pubblico ogni volta cambia anche se ci sono delle persone che rivedo spesso. Qualcuno ha addirittura visto tutti e 15 i concerti e quindi anche l’evoluzione del mio spettacolo.

Oltre alla carriera concertistica, hai lavorato a colonne sonore, jingle televisivi e produzioni elettroniche. Quanto queste esperienze influenzano oggi il tuo approccio pianistico?
Non uso solo il piano per comporre. A volte parto da un loop ritmico o elettronico, a volte mi ispira un suono o un giro di accordi alla chitarra che per scrivere canzoni è perfetta. Dipende da come mi sento e da cosa devo scrivere. In genere cerco di non essere didascalico. I Beatles sono stati dei grandi maestri dal punto di vista compositivo ma non solo loro. In modo naturale ho iniziato ad ascoltare anche tutte le loro costole: Radiohead, XTC, Tears For Fears, Coldplay, ma non solo. Peter Gabriel, Prince e Bowie. La lista è lunga.

Nel tuo percorso convivono musica, insegnamento e impegno sociale. Quanto il contatto con i bambini e i ragazzi con autismo ha cambiato il tuo modo di vivere la musica?
Ho conseguito una grande esperienza come insegnante. Nel caso di bimbi con autismo la musica diventa un importante mezzo di comunicazione. Ogni bambino è diverso e ha un suo modo di approcciarsi e di imparare. Attraverso questo contatto cambia anche la mia visione, ad esempio della posizione delle note, perché devo trovare una strada per spiegare in modo efficace ma semplice. Ho sempre considerato la musica una strada per vedere quello che non si vede. La musica si muove attraverso l’aria e l’aria è un bene comune senza la quale la vita non esisterebbe. Questa sarebbe già una motivazione consistente che non ha bisogno di ulteriori approfondimenti, almeno a mio parere.

intervista Fabrizio Grecchi
Fabrizio Grecchi sarà in concerto a Milano
sabato 30 maggio allo Spazio Alda Merini nell’ambito di C.A.S.T.

Stai lavorando anche al progetto “Habari Rafiki Yangu” per sostenere i bambini della Agaza School in Kenya. Che significato ha per te unire arte e solidarietà?
Anche all’interno della nostra società civile ci sono persone sfortunate. Lo vediamo tutti i giorni. Ma sempre, di qualunque posto si tratti, l’anello più debole della catena sono i bambini. Certo, con una bacchetta magica si aiuterebbero tutti in un secondo. Ma siccome le bacchette magiche non esistono l’unica cosa è rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Ognuno come può. La musica da sempre è uno strumento di inclusione. Nella storia recente ci sono centinaia di concerti importanti dedicati a scopi umanitari. Dal Live Aid al concerto per il Bangladesh di Harrison. Credo sia un dovere di ogni artista quello di usare la musica per dare una mano.

Guardando al futuro, “Beatles Piano Solo” continuerà ad evolversi oppure senti l’esigenza di portare il pubblico verso nuovi progetti completamente inediti?
Attualmente sto lavorando a un progetto di musica elettronica che è un po’ il sequel della colonna sonora che ho scritto per il docu film “Per Due” (che si trova sul mio account Spotify). Non avendo più esigenze legate al copione posso sovrapporre altre atmosfere a quelle del piano. In questo momento sto cercando di sperimentare cose diverse. Lo spettacolo Beatles Piano Solo teoricamente, essendo in continua evoluzione, può convivere con altri progetti o può esaurirsi. In questo momento non ci sono intenzioni in un senso o nell’altro.

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Scritto da
Andrea Alessandrini Gentili -

Andrea Alessandrini Gentili è un social media manager e digital strategist italiano che ha collaborato con diverse aziende di rilievo, eventi di musica dal vivo e sport, e personalità del mondo dello sport e della televisione. La sua esperienza nel marketing digitale lo ha reso una figura chiave nello sviluppo e nella gestione di campagne online che aumentano significativamente la presenza del brand e l'engagement del pubblico sulle piattaforme social. Le sue collaborazioni coprono vari settori, riflettendo la sua capacità di adattarsi e creare strategie efficaci per clienti diversi.

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