copertina Jack Bloom feat. Redesme Me Or You
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Jack Bloom racconta “Me Or You”: «L’identità non è mai qualcosa di fisso»

Il cantautore e producer italo-inglese si racconta a ForYouMag: il nuovo singolo con Redesme anticipa l'album Vivid Colors, in uscita nel 2027.

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Con “Me Or You”, pubblicato il 10 luglio 2026 per Space Echo, Jack Bloom aggiunge un nuovo tassello al percorso che porterà alla pubblicazione di Vivid Colors, il suo nuovo album in arrivo nel 2027. Realizzato insieme a Redesme, il singolo affronta il tema dell’identità attraverso sonorità synth-pop ed elettroniche, raccontando quel sottile equilibrio tra ciò che siamo, ciò che mostriamo e ciò che gli altri finiscono per vedere in noi. Un brano che conferma la crescita artistica del giovane cantautore e producer italo-inglese e che apre una nuova finestra sul suo universo creativo.

ASCOLTA “ME OR YOU” di JACK BLOOM FEAT. REDESME

“Me Or You” ruota attorno al tema dell’identità. Quanto c’è di autobiografico in questo brano e quanto, invece, nasce dall’osservazione del mondo che ti circonda?
Sì, come suggerisce anche il titolo, Me Or You ruota attorno alla domanda “io o te”. C’è sicuramente una componente autobiografica, nel senso che nasce anche da una riflessione personale e da ciò che osservo nelle persone che mi circondano. Mi capita spesso di notare come, a volte, i caratteri e le identità delle persone finiscano per mescolarsi e fondersi, e questo può avere sia risvolti positivi sia, in alcuni casi, diventare qualcosa di tossico. Per rispondere alla domanda, direi che Me Or You è un equilibrio tra ciò che ho vissuto personalmente, magari in passato, e quello che oggi riesco a osservare nel mondo e nella società che mi circondano.

Hai scelto di collaborare con Redesme, un’artista con cui condividi un percorso da anni. Cosa rende speciale questo sodalizio artistico rispetto ad altre collaborazioni?
La cosa che rende speciale questa collaborazione è che, come ho già raccontato in passato, Esme è una persona con cui ho iniziato a fare musica quando avevamo circa 14 o 15 anni. Condividiamo questa passione da sempre e, oltre al lato artistico, ci lega anche un’amicizia che va avanti da tanti anni. Anche se oggi non ci vediamo spesso, perché Esme vive in un altro Paese, il nostro legame artistico non si è mai interrotto. È una collaborazione che continua a evolversi nel tempo e, proprio per questo, mi è sembrato naturale coinvolgerla in Me Or You. Non volevo affidare questa parte a una persona qualsiasi: sentivo che questa canzone aveva bisogno di qualcuno con cui condividessi un percorso e una storia.

Nel testo sembra emergere il timore di perdere sé stessi nel tentativo di essere ciò che gli altri si aspettano. Pensi che oggi sia più difficile costruire la propria identità rispetto al passato?
Vorrei fare un discorso un po’ più ampio su questo tema. Nel testo emerge proprio il tentativo di soddisfare aspettative che spesso non nascono da noi stessi, ma dagli altri. Parlando con tante persone, mi sono reso conto che è una dinamica molto comune: è un’esperienza estremamente personale, ma allo stesso tempo anche universale. Non so dire con certezza se oggi sia davvero più difficile costruire la propria identità rispetto al passato, anche perché quel passato non l’ho vissuto. Però credo che il fatto di essere costantemente messi a confronto con gli altri, soprattutto oggi, e di sentirsi continuamente osservati o giudicati possa rendere questo percorso più complesso. Più che dare una risposta definitiva, è una riflessione che il brano vuole lasciare aperta.

Sei cantautore, producer e hai una formazione da ingegnere del suono. Quanto cambia il tuo modo di scrivere sapendo di poter costruire ogni dettaglio del brano in totale autonomia?
È un’arma a doppio taglio. Da una parte, il fatto di saper seguire ogni fase del processo creativo mi dà molta libertà; dall’altra, a volte mi sento quasi limitato dalle mie stesse idee. Più lavoro in questo settore, però, più sto imparando come funzionano davvero le cose. Sono una persona piuttosto riservata e, non lo nego, mi piace molto scrivere, comporre, arrangiare e produrre un brano da solo. Anche perché, alla fine, quel risultato lo sento completamente mio. Allo stesso tempo, però, ho imparato ad apprezzare una cosa che non è affatto scontata: condividere il processo creativo. Scrivere un brano insieme a qualcun altro, confrontarsi e costruire qualcosa a più mani è una delle parti più belle di questo lavoro, e credo che valga un po’ per tutta l’arte. Quindi il mio modo di scrivere cambia inevitabilmente quando entra in gioco un’altra persona. È impossibile che un brano rimanga esattamente lo stesso rispetto a come sarebbe stato se l’avessi realizzato completamente da solo, e proprio in questo sta il valore della collaborazione.

copertina Jack Bloom feat. Redesme Me Or You
La cover del nuovo singolo di Jack Bloom feat. Redesme “Me Or You”

La tua musica richiama spesso il synth-pop britannico e l’elettronica, ma tu sei cresciuto tra due culture. Quanto convivono, oggi, le tue anime inglese e italiana quando componi?
Devo dire che, nel mio caso, prevale comunque la mia cultura inglese. Scrivo principalmente in quella lingua e sento che le mie contaminazioni primarie arrivano soprattutto dalla musica britannica e, più in generale, da quella anglosassone. La musica italiana mi appartiene forse meno rispetto ad altri mondi musicali, semplicemente per una questione di gusto personale. Questo non significa che non la ascolti: mi capita di ascoltare sia artisti italiani del passato sia realtà più contemporanee, anche perché trovo importante confrontarmi con ciò che mi circonda dal punto di vista geografico e culturale. Alla fine, tutto ciò che ascoltiamo entra inevitabilmente nel nostro linguaggio creativo, quindi anche queste influenze fanno parte di quello che poi esce dalla mia musica.

“Vivid Colors” arriverà nel 2027 e i singoli pubblicati finora sembrano raccontare un percorso preciso. Possiamo aspettarci un album con una vera narrazione dall’inizio alla fine?
Questo è un discorso che sto comprendendo sempre di più con il tempo. L’album è nato in maniera abbastanza spontanea, quasi come un lampo. Gran parte della scrittura è avvenuta nell’arco di uno o due mesi, recuperando anche bozze e idee che avevo iniziato a sviluppare anni prima e mescolandole con ciò che stavo vivendo e creando in quel momento. Devo dire sinceramente che l’album ha un filo logico, soprattutto dal punto di vista estetico, anche se forse non è una narrazione lineare dall’inizio alla fine. Quello che vorrei trasmettere è l’idea di un insieme di canzoni che raccontano diverse parti della mia identità. Non vorrei che venisse percepito come un unico colore, ma più come un grande mosaico di colori diversi, che poi vengono uniti dalla mia visione artistica. Anche musicalmente sarà così: l’album conterrà diversi stili e diversi approcci, perché fanno tutti parte del mio modo di esprimermi. È una cosa che sto imparando durante questo percorso e, guardando al futuro, sicuramente affronterò la scrittura di un album con più tempo e più consapevolezza, trattandolo maggiormente come un’opera unica. Questo progetto, invece, lo vedo più come un’opera che racchiude tante opere diverse al suo interno.

Molti giovani artisti rincorrono i trend del momento. Tu, invece, sembri seguire una direzione molto personale. Ti è mai capitato di rinunciare a una scelta più “commerciale” per restare fedele alla tua identità artistica?
È un dilemma che, spero, appartenga a gran parte degli artisti. I trend cambiano continuamente e, di per sé, seguirne uno non è necessariamente una cosa negativa. La differenza sta nel fatto che, secondo me, l’obiettivo non dovrebbe essere rincorrere un trend, ma arrivare al punto in cui è il trend a nascere da ciò che fai. Ovviamente è una grande difficoltà e un obiettivo ambizioso, ma è sicuramente la direzione verso cui vorrei andare. Il vero conflitto nasce nel momento in cui si parla di commerciale. Da una parte, il commerciale rappresenta qualcosa che è già stato testato, una formula che sai avere un potenziale di successo. Dall’altra parte c’è tutto ciò che è più personale, più distante da schemi già esistenti, e che proprio per questo può essere meno immediatamente accessibile. Credo che sia un equilibrio che ogni artista si trova ad affrontare: cercare un punto d’incontro tra ciò che può arrivare alle persone e ciò che sente davvero di voler esprimere. Nel mio caso, l’obiettivo non è seguire un trend, ma riuscire un giorno a creare qualcosa che possa diventare un riferimento, anche se è sicuramente un traguardo futuro a cui spero di arrivare.

Ascoltando “Me Or You” si percepisce un forte contrasto tra un sound coinvolgente e un testo introspettivo. È un equilibrio che cerchi consapevolmente quando scrivi?
Sì, assolutamente. Secondo me è un equilibrio che cerco anche nella musica che ascolto. Io sono una persona che tende ad ascoltare prima di tutto la musica, più che le parole, quindi per me è importante riuscire a creare un impatto sonoro che catturi l’ascoltatore. L’obiettivo, però, è proprio quello di attirare le persone attraverso la musica e poi portarle a soffermarsi sul messaggio e sul significato del testo. Quindi sì, è sicuramente una ricerca consapevole quando scrivo. Se dovessi fare un discorso più ampio sull’album, ci sono brani sicuramente più introspettivi rispetto ad altri. Non è un approccio che applico necessariamente a tutto ciò che faccio, ma in alcuni pezzi diventa una componente molto importante.

Se dovessi scegliere una sola canzone, di qualsiasi artista, che senti particolarmente vicina allo spirito di “Me Or You”, quale sarebbe e perché?
Non mi viene in mente un brano specifico che rappresenti esattamente lo spirito di Me Or You, però sicuramente lo collegherei a una certa sfera disco e pop. Mi vengono in mente artisti come L’Impératrice, in particolare per quella dimensione più elegante e disco, oppure un gruppo come Metronomy, che tra l’altro sono originari della mia zona in Inghilterra. Non c’è una canzone precisa che assocerei direttamente al brano, ma direi che appartiene a quel mondo fatto di groove, elementi disco e una componente pop, dove un sound apparentemente leggero può comunque convivere con un messaggio più profondo.

Dopo questo singolo e in attesa di “Vivid Colors”, qual è la cosa che speri il pubblico scopra di Jack Bloom che finora, secondo te, non è ancora emersa?
È comunque un percorso: far capire chi sono e dare un’identità chiara a quello che sto facendo è forse una delle difficoltà più grandi. Soprattutto perché sono un artista con tante sfaccettature e, oltre al mio progetto personale, lavoro anche come produttore, quindi mi capita di confrontarmi con tanti mondi musicali diversi. Quello che vorrei trasmettere è che faccio musica perché mi appartiene, senza sentire il bisogno di pormi dei limiti dal punto di vista stilistico. Non vorrei essere definito solamente da un genere o da un suono specifico. Il mio obiettivo è che le persone possano ascoltare un mio brano, indipendentemente dal genere, dallo stile o dalla produzione, e riuscire comunque a riconoscere che quella musica appartiene a me. È un percorso che richiede tempo, e spero che, attraverso i brani che pubblicherò, le persone possano conoscermi sempre di più e capire qual è la mia identità artistica.

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Scritto da
Andrea Alessandrini Gentili -

Andrea Alessandrini Gentili è un social media manager e digital strategist italiano che ha collaborato con diverse aziende di rilievo, eventi di musica dal vivo e sport, e personalità del mondo dello sport e della televisione. La sua esperienza nel marketing digitale lo ha reso una figura chiave nello sviluppo e nella gestione di campagne online che aumentano significativamente la presenza del brand e l'engagement del pubblico sulle piattaforme social. Le sue collaborazioni coprono vari settori, riflettendo la sua capacità di adattarsi e creare strategie efficaci per clienti diversi.

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