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Laura Mà: “Ad un passo dalla mia follia”, la musica che dà voce agli invisibili

La cantautrice abruzzese racconta il suo nuovo singolo tra fragilità umana, riscatto e libertà artistica.

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È uscito giovedì 6 novembre “Ad un passo dalla mia follia” (ASCOLTALO QUI), il nuovo singolo di Laura Mà, e fin dal primo ascolto è chiaro che non si tratta di una canzone qualunque. La cantautrice abruzzese sceglie di puntare lo sguardo dove spesso preferiamo distoglierlo: sulle vite invisibili dei senzatetto, raccontate con lucidità, rispetto e una forte intensità emotiva. Nessun pietismo, nessuna retorica facile, ma storie restituite nella loro fragilità e nella loro dignità, accompagnate da una musica capace di far muovere il corpo senza attenuare il peso delle parole. Un brano che parla di cadute profonde, ma anche della possibilità concreta di risalire, trasformando il dolore in energia e speranza. Da qui nasce l’incontro con Laura Mà, un’artista che ha fatto dell’autenticità e della libertà espressiva il cuore della propria scrittura.

Qual è il tuo background musicale? Ci sono artisti (italiani o internazionali) che senti di aver “portato con te” in questo nuovo singolo?
Il mio background musicale nasce dall’ascolto silenzioso. Prima ancora di studiare canto o pianoforte, ascoltavo le emozioni degli altri, i loro racconti, le loro fragilità. Sono cresciuta con  artisti italiani e artisti internazionali che mettevano l’anima al centro, quelli che scrivevano testi autentici e profondi, capaci di arrivarti addosso senza bisogno di artifici. Non porto con me un nome preciso… porto con me quell’onestà nel raccontarsi, quel modo diretto e vero di usare le parole. È l’eredità più importante che sento di aver fatto mia, e che cerco di custodire in ogni mio singolo, anche in questo.

intervista Laura Mà
La cover del nuovo singolo di Laura Mà “Ad un passo dalla mia follia”

Un aggettivo per descrivere la tua musica.
Vera. È imperfetta, emotiva, impulsiva a volte…ma sempre autentica. Se non è vera, per me non è musica.

Qual è stata la parte più difficile nella realizzazione di questo singolo? Trovare le parole giuste o trovare il suono giusto?
Le parole sono arrivate subito, quasi da sole: quando vedi davvero quello che racconti, non c’è bisogno di inventare nulla. La musica, invece, è stata più ricercata. Volevo che fosse delicata, essenziale, che non appesantisse il messaggio ma lo accompagnasse, sostenendo l’emozione senza coprirla. Allo stesso tempo volevo che fosse una musica capace di far muovere, di far sentire a chi ascolta che, anche nel dolore, c’è spazio per respirare, per rialzarsi, per riscattarsi. Che fosse un abbraccio e una spinta insieme: un piccolo gesto di libertà, un invito a sentire la propria forza, anche quando tutto sembra pesare troppo.»

Come nascono le tue canzoni?
Le mie canzoni nascono da quello che sento, da quello che vedo e da quello che ascolto. Sono molto sensibile, e tutto ciò che mi circonda e mi colpisce profondamente può diventare il seme di una canzone: un gesto, una parola, un silenzio, un’emozione che vibra dentro di me. Non scrivo perché “decido” di farlo, ma perché qualcosa dentro mi chiama, un’urgenza che vuole uscire. La musica diventa così la traduzione di ciò che non riesco a dire a voce: non solo di me stessa, ma anche di ciò che mi circonda, delle vite e dei sentimenti che incontro. Spero così che chi ascolta possa riconoscersi e sentirsi meno solo nelle proprie emozioni.

Hai lavorato a lungo come maître in hotel di lusso. Quell’esperienza di osservazione di un mondo “patinato” ti ha dato una prospettiva diversa sulla realtà più cruda che racconti in questo singolo?
Assolutamente sì. Il mondo del lusso ha una luce forte, ma basta spostarsi di un passo per vedere le ombre. Negli hotel di lusso, ho osservato che  spesso le persone più eleganti sono anche le più fragili, e che le realtà più dure sono quelle che nessuno vuole guardare. Ma in quel mondo così ricco e luccicante ho incontrato anche delle bellissime anime, persone che mi hanno lasciato lezioni profonde di vita: generosità, gentilezza, autenticità, umiltà. Quello sguardo doppio — il luccichio e la fragilità — oggi vive nella mia musica. Mi ha insegnato che tutti nascondiamo qualcosa, ma che la verità, quella che conta davvero, non abita mai solo nella superficie.

Hai sottolineato spesso che ti produci da sola, facendo grandi sacrifici economici. Qual è il compromesso che non accetteresti mai di fare con una major, ora che hai assaporato la libertà totale?
Il compromesso che non accetterei mai è rinunciare alla mia verità. Non voglio diventare un personaggio finto, che canta cose che non sente o che viene confezionato. Voglio diventare un personaggio che, come la mia musica, insegna valori, emozioni e verità della vita. La mia libertà pesa, a volte fa male, ma è mia. Se un giorno collaborerò con una major, dovrà essere un camminare accanto, un incontro che arricchisce senza togliere nulla della mia libertà di scrittura. Qualsiasi altro compromesso non sarebbe un miglioramento, sarebbe qualcosa di tossico per me. Io posso cambiare, crescere, evolvere…ma non posso smettere di essere me stessa.

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